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Written by Valeria Ottonelli   
Monday, 29 September 2014 13:24
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Mirella Pasini (a cura di), Fides Publica, Novi Ligure, Città del silenzio, 2013, pp. 192.

Copertina

Il tema della "fiducia sociale" attraversa gran parte dei dibattiti contemporanei sullo stato delle società occidentali e delle loro maggiori istituzioni. Dai mercati, ai sistemi elettorali, al gioco democratico in generale, dalla sostenibilità dei regimi migratori all'efficienza e stabilità dei sistemi di welfare, il grado di fiducia sociale appare come una variabile fondamentale sia nelle analisi descrittive, sia in quelle critiche e normative del funzionamento delle società in cui viviamo. I saggi raccolti in Fides publica, curato da Mirella Pasini per Città del Silenzio (2013), offrono un contributo poliedrico, originale ed estremamente proficuo al dibattito su questo tema fondamentale della riflessione politica e sociale contemporanea.

L'accento sul carattere pubblico della fiducia sociale, richiamato dal titolo della raccolta, segnala un'importante presa di posizione rispetto a una delle domande fondamentali del dibattito. Molto spesso la letteratura su questi temi si interroga su quanto e in quali modi il capitale di fiducia presente nella società civile favorisca e garantisca il buon funzionamento delle istituzioni. La domanda principale che emerge in molti dei saggi qui raccolti è quella inversa: in che modo e in che misura le istituzioni sono in grado di generare e garantire il livello di fiducia che è necessario al buon funzionamento della società.

I nodi di questa domanda cruciale sono analiticamente articolati nel saggio di Harald Grimen che compare a conclusione della raccolta. Riprendendo alcuni spunti importanti di Claus Offe e Russell Hardin, Grimen avanza l'ipotesi che le istituzioni svolgano una funzione essenziale nel "creare il contesto atto allo sviluppo e al mantenimento delle interazioni basate sulla fiducia". Si tratta di un'ipotesi che potremmo definire "hobbesiana", in un duplice senso. Innanzitutto perché pone l'accento sull'importanza che le buone istituzioni hanno non solo nel creare fiducia "verticale", ossia nei confronti del potere politico e degli altri organi di regolamentazione della società, ma anche e soprattutto nel creare rapporti di fiducia "orizzontali", ossia fra i cittadini gli uni con gli altri e con resto della società civile. In secondo luogo, perché richiama l'attenzione sul fatto che le buone istituzioni non devono solo generare fiducia, ma devono farlo attraverso la creazione di aspettative razionali da parte dei cittadini e di tutti gli attori coinvolti.

Questo modo di impostare la questione è particolarmente congeniale sia a sollevare importanti quesiti normativi, sia a generare utili riflessioni critiche sull'uso della nozione di fiducia nel dibattito pubblico. Dal punto di vista normativo, ci si deve chiedere come debbano essere costruite le istituzioni per garantire il giusto livello di fiducia razionale nei cittadini. A questa domanda risponde in positivo il saggio di Grimes, articolando alcuni dei requisiti necessari. In negativo, risponde il saggio di Paolo Aldo Rossi, attraverso un esempio di come le istituzioni sociali possano creare fiducia in modo disfunzionale. Il caso su cui si sofferma Rossi è quello delle istituzioni della scienza e della medicina "ufficiale", che svolgono la benemerita funzione di ridurre l'incertezza e i costi dell'informazione per il pubblico delle società complesse; tuttavia, nella misura in cui lo fanno attuando una chiusura verso nuove forme di sperimentazione, la loro funzione stabilizzatrice va a scapito del rispetto dei dettami epistemologici della buona scienza.

Dal punto di vista critico, la questione rilevante è se l'esigenza di fiducia sociale cui siamo costantemente richiamati sia legittima a fronte dell'operato effettivo delle istituzioni. Il saggio di Paola De Cuzzani affronta in maniera arguta e spiazzante questo quesito, mettendo in luce come la retorica della "fiducia" che pervade il dibattito contemporaneo riposi sull'inquietante spostamento di significato di una fondamentale nozione correlata, ossia quella di "coesione sociale". Se in epoche passate, ma ancora relativamente recenti, la coesione sociale era considerata come un fattore oggettivamente misurabile, perché commisurata al grado di solidarietà ed eguaglianza presenti nella società e garantiti da un insieme ben funzionante di diritti e di istituzioni, dopo la svolta "neoliberale" delle politiche pubbliche di molte società occidentali il riferimento alla solidarietà è venuto necessariamente perdersi, ed ecco emergere la "fiducia", fattore soggettivo, affettivo e individuale, come misura e garante della coesione sociale. Il sospetto, dunque, è che la fiducia stia circolando come moneta fittizia quando le riserve auree della solidarietà e uguaglianza, cioè i fondamenti che rendono razionale la cooperazione sociale, sono venuti meno.

Il passaggio storico a una nozione "istituzionale" di fiducia sociale è ben raccontato dal saggio di Mirella Pasini, che mette a confronto la riflessione sull'etica della mercatura nel De Officiis di Cicerone con quella che svilupperà secoli dopo Francesco Guicciardini nei suoi Ricordi. Accanto ad elementi di continuità fra i due autori, dal confronto emerge chiaramente la nuova importanza che in epoca moderna assumono la scrittura e il documento notarile come atti pubblici a garanzia delle relazioni fra privati. La fiducia non si connota più come virtù individuale, ma come fatto istituzionale che ha una dimensione essenzialmente pubblica.

Alla genealogia più recente di un'idea di fiducia sociale incentrata sulle virtù di un soggetto autosufficiente, capace di affrontare il rischio e i rovesci della fortuna, e congeniale all'economia di mercato della società capitalista sono dedicati i tre saggi di Luca Malagoli, Daniele Rolando e Alberto Giordano. Malagoli si sofferma sul testo di The American Scholar, la famosa conferenza pronunciata da Ralph Waldo Emerson nel 1837 per la Phi Beta Kappa Society di Harvard; celebrazione dell'individualismo, della self-reliance, dello spirito di intraprendenza e della "capacità di credere in se stessi" che il filosofo vedeva come uno dei tratti distintivi del cittadino della nuova società americana. Il campione dell'individualismo democratico emersoniano, come osserva Malagoli, è un carattere nuovo e inedito, immaginato per sopravvivere e fiorire nel grande e rischioso gioco della società capitalista emergente.

Daniele Rolando sviluppa il proprio intervento in chiave esplicitamente apologetica. Convinto del fatto che l'ideologia del neoliberalismo sia "l'unica prospettiva a partire dalla quale il processo di globalizzazione in corso potrebbe venire utilmente governato" nel rispetto dell'individualismo occidentale, Rolando propone una decisa difesa della "fede nel mercato", a partire dall'idea che tale fede non sia una semplice ed ennesima superstizione, ma una forma di pari pascaliano, spiegato e ricostruito come paradigma della modernità.

Alberto Giordano dedica il suo saggio a William Röpke, considerato - a torto o a ragione -come uno dei maggiori campioni della dottrina neo-liberale. Giordano si sofferma sulle "infrastrutture materiali" che secondo Röpke reggono l'economia capitalista, mettendo in luce la connessione che l'autore stabilisce fra la "fiducia nella sincerità degli altri" che è essenziale al buon funzionamento del mercato e un "nucleo di virtù morali non negoziabili e imprescindibili per l'esistenza di un regime liberale". L'appello alla dimensione morale del mercato, come nota Giordano, se da una parte sembra introdurre elementi di tutela contro gli effetti nocivi e incontrollati del mero laissez-faire, dall'altra rivela l'anima essenzialmente conservatrice di questa dottrina economica, e un sostrato perfezionista che attraverso il richiamo a "valori comuni" rischia di compromettere la libertà individuale e il pluralismo che connotano le società contemporanee.

A partire dalla questione fondamentale del rapporto fra fiducia sociale, "valori comuni" e pluralismo possono essere letti i saggi di Irene Ottonello e Dino Cofrancesco. Ottonello si concentra sulla fiducia interpersonale che è richiesta dalla "pratica discorsiva di scambiarsi ragioni", soffermandosi in particolare su due versioni del modello "costruttivista", alle quali corrispondono due modi di intendere la fiducia fra le parti coinvolte e i suoi fondamenti. Nella prima versione, definita "etica", la fiducia reciproca delle parti è fondata sull'assunto che siano condivisi alcuni valori di fondo comuni, mentre nella seconda versione, "metaetica", le parti sono in grado di darsi fiducia, e su questa base costruire il dialogo, senza presupporre alcun accordo valoriale fondamentale, ma il semplice assunto di condividere un comune "punto di vista pratico". Questo secondo modello si rivela particolarmente illuminante per comprendere la possibilità della fiducia e del dialogo in contesti, come quello in cui viviamo, che sono connotati da un profondo - e legittimo - pluralismo valoriale.

Dino Cofrancesco affronta la questione del rapporto fra valori comuni e fiducia sociale soffermandosi sul ruolo degli intellettuali nella società italiana. Il saggio è in aperta polemica con la figura dell'"intellettuale maratiano", oggi ampiamente diffusa in Italia e contrapposta ad altri due modelli popolari in passato: da una parte l'intellettuale "weberiano", attento a tenere separata le propria passione politica dalla propria missione scientifica; dall'altra l'"intellettuale nestoriano" del Risorgimento italiano, appassionato ma non di parte, perché capace di guardare al bene della società nel suo insieme. L'intellettuale "maratiano", invece, completamente prono agli interessi della propria fazione politica, si getta in attacchi ad personam in cui convoglia odio e disprezzo per gli oppositori. Quello che viene tradito, in questo modo di rapportarsi alla politica, non è solo la missione scientifica dell'intellettuale, ma il dovere di non disgregare la fides publica e il sentimento di unione sociale su cui si basa il buon funzionamento di una democrazia liberale pluralista.

 

Valeria Ottonelli
Università di Genova