La religione dopo la critica alla religione. Un dibattito filosofico PDF Stampa E-mail
Scritto da Silvia Dadà   
Mercoledì 10 Gennaio 2018 15:49

H. Nagl-Docekal, W. Kalterbacher, C. Melica (a cura di), La religione dopo la critica alla religione. Un dibattito filosofico, La scuola di Pitagora editrice, Napoli 2017, pp. 275.

di Silvia Dadà

CopertinaCi sono due momenti che hanno profondamente messo in discussione il ruolo della religione nella vita dell’uomo e nel pensiero in generale. Uno è quello che si svolse in età moderna con l’Illuminismo, l’altro è quello tenutosi a cavallo tra Ottocento e Novecento da quei pensatori che furono chiamati, con la felice espressione di Paul Ricoeur, i “maestri del sospetto” (Nietzsche, Marx e Freud). A questa critica s’intreccia l’elaborazione della categoria di secolarizzazione, che, nel medesimo periodo, a partire dalla Rivoluzione Francese, sembrava descrivere adeguatamente quel fenomeno di perdita di importanza della religione in ambito individuale e collettivo, socio-culturale e politico. Di fronte a questi colpi sferrati alla religione, che hanno messo in discussione la sua veridicità e la sua dignità in quanto oggetto di riflessione filosofica, essa, equiparata ormai alla volgare superstizione, sembrava doversi congedare dal pensiero filosofico, per lasciare il posto di primo piano ad altri orizzonti, quali quello della certezza scientifica. Così non è stato. All’alba del nuovo secolo, si è assistito infatti alla rinascita del ruolo svolto dalla religione in vari ambiti dell’esistenza, individuale e sociale, e la categoria di secolarizzazione ha così perso la sua forza interpretativa.

Siamo quindi debitori di una determinata critica alla religione, ma essa non ha portato all’esaurirsi dello spazio di pensiero della religione, ma all’apertura, oltre la critica, di nuovi orizzonti. Qual è, quindi, il luogo proprio della religione oggi? Questo volume raccoglie gli interventi del simposio tenutosi a Roma nel 2015, dal titolo Il dibattito filosofico sulla religione dopo la critica alla religione e organizzato dall’Istituto Storico Austriaco, in cui vari autori hanno provato a dare risposa a questa domanda. Essi hanno interrogato la tradizione per trovare una nuova possibile collocazione della religione nella vita individuale, collettiva e sociale dell’uomo.

Il tema è affrontato in termini piuttosto ampi, da numerose angolazioni, interrogando autori appartenenti a differenti epoche, tradizioni e discipline. Il quadro che ne scaturisce risulta a tratti un po’ dispersivo, ma è comunque vario e ricco di proposte.

Innanzitutto, alcuni autori si rivolgono all’epoca moderna per trovare uno spazio alla religione che non la releghi alla pura irrazionalità o all’ambito di un sentimentalismo interiore, ma che conferisca ad essa un carattere concreto e visibile. In questo senso, benché non ci sia nessun intervento esplicitamente dedicato a questo autore, Kant appare il punto di riferimento di vari contributi. In particolare, Herta Nagl-Docekal, nell’intervento con cui si apre la raccolta, mostra i limiti del pensiero di autori quali John Rawls e Jürgen Habermas, proprio mettendoli a confronto con il pensiero kantiano sulla religione «entro i limiti della semplice ragione».  Rawls e Habermas considerano la ragione universale come coincidente con il linguaggio secolare e applicano così alla religione il carattere dell’extraterritorialità e dell’opacità. Questa netta distinzione dei due piani, quello razionale-universale e quello religioso, non permette però di comprendere come possa avvenire la comunicazione tra comunità religiosa e comunità laica. Le idee kantiane di una base razionale comune a tutte le religioni e di una naturale attitudine umana alla religione morale, come l’autrice sottolinea, si prestano maggiormente a interpretare concetti quali quello di comunità, in cui morale, diritto e religione si intrecciano per combattere il crescente solipsismo presente nella società.

Sempre per quanto riguarda l’idea di comunità religiosa, Kant è preso in considerazione anche nel saggio di Pierluigi Valenza, il quale mostra le influenze della filosofia tedesca in Paul Ricoeur specificamente su questo tema. Questa ripresa risulta comunque profondamente mutata, poiché passa attraverso l’opera demolitrice dei maestri del sospetto, che denunciano la falsità e l’inautenticità dell’istanza religiosa. Ciò che viene meno rispetto all’epoca moderna è quindi la pretesa di certezza, lasciando posto all’incessante lavoro ermeneutico di interpretazione dei simboli. L’autore francese riprende la divisione kantiana di Chiesa visibile e Chiesa invisibile: la tensione tra queste due dimensioni è essa stessa la religione, senza che essa sia ridotta né all’intimismo, né alla pura esteriorità delle istituzioni. Di fronte alla incomprensibilità del male “radicale” (altro grande tema kantiano), la religione non supera questo scacco, ma intraprende un cammino di recupero della bontà, compito su cui si fonda la stessa comunità religiosa.

L’altro autore moderno con cui dialoga Ricoeur è Hegel, del quale egli riprende la valorizzazione della funzione storica e istituzionale della comunità religiosa. Claudia Melica dedica il suo saggio proprio a Hegel e al ruolo storico che per lui riveste la religione. Innanzitutto questo autore ha messo in luce come non ci sia contrapposizione tra modernità e cristianità, quanto piuttosto un rapporto di reciproca implicazione: la cristianità è infatti ciò che permette lo sviluppo del soggetto moderno. Anche il rapporto tra Stato e Istituzione religiosa non è di contrapposizione, bensì si configura come un rapporto dialettico. La religione infatti permette la realizzazione stessa dell’unità nazionale. Nel caso Stato tedesco, inizialmente, Hegel vede nella cattolica Austria la possibile guida verso l’unificazione, mentre col passare del tempo e a causa di vari eventi storici propende per la protestante Prussia. La fede protestante sembra quindi per Hegel quella che maggiormente rappresenta le esigenze della modernità, in quanto permette la realizzazione della libertà nella storia. L’accurata analisi dell’autrice solleva questioni interessanti che rimangono aperte: seguendo questa prospettiva hegeliana, quale religione oggi può effettivamente assumere questo ruolo di realizzazione della libertà?

Il legame tra religione e libertà nella filosofia di Friedrich Schelling è al centro dell’ultimo saggio della raccolta, scritto da Emilio Carlo Corriero, in cui l’autore illustra il carattere «post-metafisico» e per certi versi «post-heideggeriano» della filosofia della religione elaborata dal filosofo tedesco. Contro chi interpreta la trattazione di Dio come una deriva misticizzante e irrazionalista del pensiero schellinghiano, Corriero si concentra sulla stretta continuità tra filosofia della natura e filosofia della libertà, in cui il tema di Dio è affrontato in modo sistematico tramite ragionamento e concettualità filosofica. Il divino schellinghiano, dinamico e libero, pensato in termini di forza, accidentalità ed evento, senza disperdersi nel materialismo si salva da un esito onto-teo-logico, il che spiega la grande influenza di questo autore sulle concezioni filosofiche contemporanee, in particolare quella di Martin Heidegger. Vediamo quindi, complessivamente, che le risposte che emergono dalla tradizione moderna richiamano alla visibilità della religione, al suo ruolo sociale e al suo carattere razionale, alla continuità di linguaggio e metodo rispetto alla filosofia. Lo sguardo sul Novecento, invece, mostra un cambio di prospettiva. Non si cerca più di inserire la religione in domini da cui era stata esclusa, quali la verità e la razionalità, ma, decretata la fine della validità di questi stessi domini, si cerca di aprire nuovi orizzonti. Lo stesso modo unitario di trattare la religione lascia il posto alle religioni. In questo senso, il breve intervento di Riccardo Pozzo, più di altri, sottolinea il compito interreligioso e interculturale della filosofia, temi di estrema urgenza per la contemporaneità. L’autore esprime la necessità di un ruolo metateorico della filosofia, la quale ha il compito di mantenere la religione e Dio come propri oggetti di riflessione: le differenti religioni e le diverse culture, caratterizzate da linguaggi distinti, affrontano, infatti, sul terreno della filosofia, le medesime problematiche.

L’uomo del Novecento si trova quindi a fare i conti con la pluralità (religiosa e culturale), e con la scissione, sia della sua soggettività, sia la perdita di unità delle narrazioni della realtà. La religione, quindi, dovrà trovare il suo luogo tra i frammenti del senso e della soggettività. Da questo punto di vista, tra le varie proposte spicca quella di Jacques Derrida, analizzata da Gabriella Baptist nel suo saggio. Il pregio di questa analisi è quello di porre l’accento sul ruolo etico della religione (di chiara ispirazione levinasiana), senza appiattire l’etica su quest’ultima, ma mostrando, piuttosto, la problematicità insita in questo legame. Confrontandosi con il problema sempre più attuale del fondamentalismo, Derrida risale al luogo comune alle tre religioni abramitiche, il monte Moira, in cui si colloca l’evento del (mancato) sacrificio di Isacco. Così come Abramo si trova di fronte a dover scegliere tra il rispetto della vita e la richiesta di sacrificarla, allo stesso modo sacrificio è la cifra comune della vita umana, in cui l’uomo si trova sospeso nella decisione tra l’essere responsabile per l’altro, o sacrificare il terzo. Tuttavia il sacrificio non è poi attuato: è Dio stesso a esigere il sacrificio del sacrificio, salvando l’uomo dall’idolatria a favore di un’idea di religione oblativa e volta all’altro uomo.

Il tema del sacrificio occupa poi un ruolo centrale nella filosofia di Giorgio Agamben, a cui è dedicato l’intervento di Kurt Appel. Attraverso un’originale analisi del tempo presente, letto come epoca della virtualità della vita che sopravvive alla propria morte, Appel inserisce il progetto di Homo sacer in questa prospettiva. Di fronte all’onnicomprensività propria della sovranità, che tende a esercitare il suo controllo sulla nuda vita, Agamben esprime la necessità di recuperare il carattere inoperoso e sabatico dell’uomo, quale si ritrova nel racconto della creazione biblica. Da una posizione atea, ma attingendo alla concettualità religiosa, Agamben apre una prospettiva messianica che possa contrastare le logiche di produzione tramite un libero gioco tra Io e mondo. Se da un lato, quindi, la religione può trovare il suo luogo anche in un orizzonte ateo, dall’altro lato una possibile risposta a quale sia il ruolo attuale della religione è anche quella che sostiene che questo ruolo non ci sia. Questa sembra essere, secondo l’analisi di Georg Sans, la posizione del “Nuovo realismo”, rappresentato da Markus Gabriel e Maurizio Ferraris, i quali, in modo più sfumato il primo e in modo più netto e quasi sarcastico il secondo, escludono ogni pretesa, sia scientifica che religiosa, di dare una spiegazione onnicomprensiva della realtà.

Queste le principali proposte in ambito filosofico che troviamo nel libro, alla quale si aggiunge l’interessante saggio di Ludwig Nagl, il quale offre uno spaccato del vivace e vario dibattito sulla religione oltreoceano nel contesto del pragmatismo e del neo-pragmatismo. Pluralità e perdita della certezza, quindi, dominano l’orizzonte novecentesco. Esse sono al centro, in ultimo, del contributo di Wolfgang Kaltenbacher, che affronta la questione da un punto di vista antropologico, sottolineando che questa disciplina – l’antropologia –, sin dalla sua origine, si è da sempre occupata di religione. Filosofia, religione e antropologia convergono nel loro tentativo di rispondere alla domanda sulla natura umana. L’autore si concentra in particolare sul concetto, elaborato da Francesco Remotti, di antropopoiesi, secondo cui è l’uomo stesso che plasma la sua natura. Questa concezione della natura umana, tipica della modernità, affonda le sue radici nel cristianesimo, che descrive l’uomo come il possessore del mondo. Cristianesimo e Modernità sono accomunati da questo slancio universalistico e antropoietico, che tende all’eliminazione delle culture locali, al fine di affermare e realizzare l’unica idea di natura umana che accettano. Al fine di mitigare questa visione, promotrice di valori quali la certezza e la potenza (tecnica ed economica) che avrebbe condotto agli esiti disastrosi del nazismo, Remotti valorizza l’importanza di esperienze alternative coltivate da culture non occidentali, quali quelle del dubbio, dell’incertezza e dell’esitazione.

Molte e interessanti, quindi, le strade aperte da questo testo, che, forse, avrebbe necessitato di un discorso complessivo più unitario, per rendere più legati i singoli contributi. Tuttavia, come viene dichiarato nell’introduzione, esso rappresenta una tappa intermedia di un più ampio percorso, il che testimonia il carattere provvisorio di una ricerca che ha ancora tanto da offrirci.

Silvia Dadà