Etica ed economia. Una tormentata relazione. PDF Stampa E-mail
Scritto da Veronica Neri   
Mercoledì 27 Giugno 2018 15:33

Aa. Vv., Etica ed economia. Una tormentata relazione, a cura di Adalgiso Amendola e Clementina Cantillo, Milano, Mimesis, 2018.

di Jacopo Marchetti

 

Il rapporto tra etica ed economica è forse una delle vexatae quaestiones nella storia del pensiero filosofico e, come si è voluto rimarcare nel titolo di questo contributo, è per questo da considerarsi una “tormentata relazione”. Nonostante essa possa esser fatta risalire al pensiero classico, emerge nella sua più vivida e complessa dinamicità solo a partire dall’epoca moderna — e, precisamente, con la filosofia Illuministica britannica  — la difficile convivenza fra etica ed economia, come viene messo in evidenza nelle prime pagine dell’Introduzione, è un tema più attuale che mai. Essa sembra infatti ripresentarsi in un mondo in cui forti esigenze etiche sembrano riaffiorare o essere richiamate in causa come correttivo al predominio di una dimensione economica e finanziaria e di un “governo dei poteri” che sembra oramai manifestarsi in un governo delle vite condotto attraverso la concorrenza dei mercati globali e la loro capacità di generare degli individui imprenditori di se stessi.

Non a caso, oltre agli immancabili richiami ad Adam Smith e alle filosofie sociali dal “cuore tenero” di John Rawls ed Amartya Sen, uno dei temi che accomuna i contributi di questo volume, tramite cui si cerca di esaminare sotto una nuova luce il rapporto tra etica ed economia, è proprio quello della “governamentalità” e dell’ “anatomo-politica”, binomio in cui il cosiddetto “neoliberalismo” e l’analisi biopolitica — una “moda” esotica ed ormai ultradecennale, che tuttavia ha reso celebre il filosofo francese Michel Foucault — trovano il loro naturale congiungimento.

Chi altri meglio di Foucault infatti è riuscito negli ultimi anni ad analizzare con una così acuta sensibilità — tanto da sembrare quasi irriverente — le questioni del proprio tempo, una sensibilità che emerge anche in ciò che scrivono Adalgiso Amendola e Clementina Cantillo, i quali ricordano come «ogni impegno intellettuale deve concorrere al chiarimento teorico e storico dei paradigmi intorno ai quali si struttura e organizza la realtà, cosi come delle relative categorie interpretative». Dunque un assaggio di “realismo presente” e un’indagine che si ramifica in una ricerca di tipo normativo e in una dimensione “archeologica-genealogica”, dalla cui intersezione deriva la domanda fondamentale, a cui cercano di rispondere nei diversi contributi che compongono questo volume: è possibile un’organizzazione sociale “giusta”, fondata su valori che non sia il mercato a porre e a riconoscere come tali? In un mondo dominato dalla trasformazione del capitalismo in bioeconomica, (ma non si perderebbe forse troppo del pensiero di Gary Becker a definirlo un bioeconomista?) segnato tanto dal fiorire di una mentalità “utilitaristico-imprenditoriale” (ma ha senso racchiudere sotto l’etichetta di “utilitarismo” personaggi citati nel testo come Oliver Williamson, Ronald Coase, Israel M. Kirzner?), quanto dai progressi dell’economia e della psicologia cognitiva (Herbert Simon, Daniel Kahneman, Amos Tversky, Thomas Schelling), in che misura si può ancora parlare della costruzione di identità personali a fronte della pervasiva (e perversa) imposizione di un tipo di “uomo capitalistico”?

 

 

I saggi inclusi in questo volume tentano di dare una risposta a tutte queste domande, cercando di trasporre e riassumere in un linguaggio filosofico attuale il corpus di tali questioni, talvolta, come nel caso del saggio di Laura Bazzicalupo, arrivando a conclusioni personali che traggono spunto dal ricco e suggestivo immaginario dell’universo foucaultiano — e con esso, però, anche dall’originale ma alquanto confusa descrizione foucaultiana del “neoliberalismo”, in cui gli ‘ordo-liberali’ tedeschi, che nessuno avrebbe mai sognato di considerare centrali all’interno del panorama liberale novecentesco, divengono i padri del “neoliberalismo”, i paladini di un’inedita vitalpolitik e vanno a braccetto con gli Austriaci; oppure dalla straordinaria trasfigurazione della società neoliberale compiuta da Pierre Dardot e Christian Laval, in una nouvelle raison du monde, distogliendo così lo sguardo dai temi costanti della tradizione liberale contemporanea (perché, ad esempio Foucault, e non si tratta di una questione secondaria e i post-foucaultiani non si confrontano mai con Rawls e, soprattutto, con autori libertari come Robert Nozick e Murray Rothbard?).

Per molti anni, sia che si riconducesse il sistema capitalistico alla vetero-marxista lotta tra capitali economici e proletariato, sia che esso venisse servito secondo la ricetta neo-marxiana del épater les bourgeois, la priorità per i critici del libero mercato era dimostrare come la razionalità della scienza economica fosse influenzata da un contenuto ideologico che ne mina le fondamenta: dunque come il mercato fosse essenzialmente normativo rispetto ai valori dell’etica. La lunga ma appassionata “mitopoiesi” dell’economico nel saggio di Claudia Landolfi ripercorre proprio questo aspetto.

Il filo conduttore che lega i dieci saggi, a dispetto delle divergenze nei contenuti, mostra invece una prospettiva tutt’altro scontata, che riproduce in maniera piuttosto vivida il rapporto di inclusione/esclusione tra etica ed economia: non tutti gli autori del volume sposano infatti l’idea di un mercato normativo nei confronti dell’etica o l’idea che quest’ultima venga semplicemente scalzata dalla dimensione sociale dall’economia. Ciò che emerge complessivamente dalla lettura del volume è quindi una tensione aperta, raccontata non tanto dalla prospettiva di un medico che vuole curare una lacerazione, quanto, per riprendere quanto scrive Bruno Moroncini nel suo contributo, dalla ricerca di una filosofia morale che «sia pratica di vigilanza instancabile ed assidua contro la riduzione, sempre possibile e in agguato, dell’etica [intesa come ehtos] a morale — ossia dell’esercizio della libertà in sottomissione a regole socialmente imposte», da cui si arriverebbe alla conclusione che etica ed economia sono la stessa cosa.

Una tesi diversa è quella sostenuta nel saggio di Amendola, nel quale si tenta di ricostruire la “tormentata relazione” insistendo sull’incompatibilità tra etica ed economia, che viene definito un “binomio antitetico”. Un tentativo che pur essendo ben argomentato e documentato dall’autore, non rende giustizia a quella tradizione (più o meno unificata) di pensiero che dai tempi di Smith fino ai contemporanei teorici dell’evoluzionismo culturale, ha tentato di dimostrare che l’analisi della scienza economica non è separabile dal più ampio quadro delle scienze sociali e che il comportamento economico non si possa ridurre all’irrealistico ed iperrazionalistico homo oeconomicus.

Considerando il mercato come un’organizzazione “finalistica” si rischia infatti di perdere di vista il fatto che vi sono tradizioni del liberalismo contemporaneo le quali pensano che il mercato sia invece il luogo in cui si esprimere anche la, se si vuole, sconsiderata e avventata sovranità del consumatore. Una prospettiva che non ha niente a che vedere con la ricerca della “leale concorrenza” e della massimizzazione della felicità (Amendola, in questo senso, sembra aver travisato il fondamento della tesi hayekiana!) poiché spesso azioni cariche di vizio possono, nel loro generare conseguenze inintenzionali ed imprevedibili, anche produrre effetti benèfici per individui che non si conoscono. Mandeville docet.

Alla luce di questo sembra anche evidente come la tesi secondo cui il mercato non sarebbe eticamente neutrale può essere letta sotto un altro aspetto (un aspetto che neanche Rawls e i liberals americani riconoscono): il mercato non genera e non impone alcun criterio etico ma, trattandosi di una struttura decisionale policentrica, fa si che tali criteri emergano e vengano “accettati” o “respinti” non sulla base di una correttezza formale che risponde a criteri di razionalità prestabiliti, ma come mutevoli pretese (nel senso di Bruno Leoni che gli individui adottano in base ai loro valori, alla loro cultura, alla loro storia.

In questo modo, anche la conoscenza si può trasmettere e diffondere e nuove conoscenze possono coesistere con stock di conoscenza obsolete ed errate; mentre ogni individuo possiederà inevitabilmente una conoscenza limitata e fallibile. Una conoscenza che lo porterà ad agire in base ad una razionalità piuttosto limitata. Questo è un po’ quello che avviene oggi nei mercati globali e il fatto che, come ricordato anche da Amendola, esistano imperfezioni dei mercati, costi di transazione, asimmetrie informative, contratti imperfetti e diritti di proprietà non sempre ben definiti, non fa che confermare la tesi.

Il messaggio è piuttosto chiaro: non serve a niente collocare gli effetti del potere economico tra le fonti dell’avidità umana, come se in esso si rispecchiasse, con successo, un autentico e cieco egoismo dell’individuo nel perseguire i suoi interessi all’interno di un sistema capitalistico-finanziario deregolamentato e smodato (del resto, anche Foucault aveva sottolineato come il “neoliberalismo” non fosse il Laissez Faire e come esso fosse morto per davvero nel XIX secolo, come sosteneva Lord Keynes). È anche interessante porre l’attenzione sulla capacità del biopotere di produrre un’etica inglobata e funzionale al mercato e di generare, come nell’espressone di Nikolas Rose, una politics of Life and itself, e di governare il reale muovendo da un’idea di verità intesa come trasparenza razionale e agita attraverso l’apparentemente neutrale attivazione di meccanismi che, come scrive Landolfi nel suo saggio, presentano un carattere “destinale”, a cui nessuno ha conferito legittimità. Tra i problemi che tutto ciò genera, il più evidente, è quello del consenso. Come scrivono i curatori del volume, bisogna infatti battersi affinché «la democrazia non diventi un paravento per nascondere la sostanziale dissoluzione dello spazio pubblico», privato di potere decisionale e di controllo ad opera di élite politiche governate dagli imperativi del mercato e dalla tecnocrazia.

Ciò lega i saggi del volume è infatti la presa di coscienza di tale condizione e la volontà di riempire tale spazio mediante un’etica in grado di guidare la dimensione economica: le forme di finanza etica e di economia sostenibile; l’esistenza di banche di credito cooperative; l’integrazione dell’etica di impresa con un’ “etica civile”; le politiche imprenditoriali per la vita in grado di assumersi la responsabilità di promuovere pratiche di solidarietà e rispetto per le questioni di genere; la necessaria costruzione di spazi di umanizzazione affinché le imprese, costrette a lottare per la propria sopravvivenza, non agiscano come squali le une con le altre. Sono tutti aspetti le cui potenzialità e il cui impatto sugli individui vengono analizzati ed esplorati nei saggi di Victor Martìn Fiorino, Simona Giacometti, Maria Rosaria Garofalo, Marinella Boccia, Cristian Barra e Roberto Zotti, fino ad arrivare alla progettazione di forme di un “possibile abitare” in cui l’uomo contemporaneo possa progettare la mappa di una propria “casa-città-mondo” e in cui possa coniugare la sua esistenza sociale con una dimensione estetica.

Infine, molti dei saggi compresi nel volume, sembrano richiamare, nonostante l’assenza di riferimenti specifici, quella sensibilità verso l’ambiente sociale-ecologico e comunitario che rappresentava il cuore delle proposte degli esponenti dell’Economia Sociale di mercato (Wilhelm Röpke, Alexander Rüstow, Franz Böhm, Alfred Muller-Armack) nell’immediato dopoguerra, e dal quale prende vita una sorta di “liberalismo umanistico” in cui l’etica del piccolo contadino viene contrapposta alla “società di massa” e alle grandi concentrazioni industriali ed economiche. Si pensi, ad esempio, alle tesi sostenute agli autori di questo volume e alle parole con cui Röpke in Civitas Humana descrive la regolamentazione dell’ambiente etico-economico dei mercati: il mercato «abbisogna di un forte inquadramento morale-politico-istituzionale (un minimo di onestà in affari, un forte stato, un’intelligente “polizia” dei mercati, un diritto profondamente meditato e conforme alla costituzione economica)», affinché «attraverso una sfrenata economia fondata su interessi particolari» non si finisca per distruggere la società nel suo complesso.

Sfortunatamente, come già Foucault aveva osservato, il “prezzo” di tutto ciò sarà costituito dal fatto che per preservare l’etica nell’ordine di mercato si sarà sempre costretti ad intervenire, sostituendo l’effetto miracoloso della “mano invisibile” con la mano meno invisibile della politica. Sicché sarà quest’ultima a distinguere ciò che è etico da ciò che non lo è.