Intervista con Peter Trawny in occasione dei 200 anni dalla nascita di Karl Marx (5 maggio 2018) PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni ETS   
Giovedì 30 Agosto 2018 16:27

Intervista con Peter Trawny

in occasione dei 200 anni dalla nascita di Karl Marx (5 maggio 2018)[1]

 

Introduzione

Peter Trawny è professore presso il Dipartimento di Filosofia della Bergische Univertsität Wuppertal e direttore del Martin Heidegger Institut, sempre a Wuppertal. È stato visiting professor presso l’Università di Vienna, l’Università Tongji–Shanghai e la Södertörns Högskola di Stoccolma (Center for Baltic and East European Studies). Recentemente, in qualità di membro della Martin Buber Society, ha visitato l’Università Ebraica di Gerusalemme. Editore dal 1998 della Martin Heidegger Gesamtausgabe, è autore di vari saggi e libri di risonanza mondiale, tra i quali il rinomato e controverso studio su Heidegger e il mito della cospirazione ebraica[2], con il quale ha accompagnato la pubblicazione dei primi quattro volumi dei Quaderni Neri (GA 94-97). Tra le opere più recenti ricordiamo il saggio sulla libertà Technik, Kapital und Medium[3], nel quale propone una topologia del mondo contemporaneo definita dalla triplice matrice di tecnica capitale e medium; il libro Ins Wasser geschrieben sulla differenza tra il “dentro” e il “fuori” come risposta alla domanda circa il “luogo” e l’attuale possibilità di una esperienza dell’intimità[4], e il trattato Was ist Deutsch?[5], che tratta dell’identità e della non-identità – specialmente della cultura tedesca ma anche della cultura europea in generale. Vari sono i contributi sulle questioni politiche e sociali attuali, tra i quali Europa und die Revolution[6] e la collettanea Europa Kaputt? Für das Ende der Alternativlosigkeit, scritta assieme a personalità provenienti da diversi ambiti politici, quali Yanis Varoufakis, Franco “Bifo” Berardi, Guillaume Paoli e Srećko Horvat[7]. Quest’anno, dando continuità all’interpretazione critica del pensiero heideggeriano iniziata con i saggi Adyton (sulla filosofia esoterica di Heidegger) e Irrnisfuge (sull’an-archia radicale della storia dell’essere)[8], è apparso Heidegger Fragmente: Eine philosophische Biographie[9]. Una prospettiva complessiva sul pensiero di Heidegger è offerta dagli ultimi lavori intitolati  Heidegger, die Juden, noch einmal [10] e Martin Heidegger: eine kritische Einführung[11]. Su Karl Marx e la rivoluzione ha pubblicato lo studio Der frühe Marx und die Revolution. Eine Vorlesung[12]. Le aspre polemiche e le critiche concernenti la sua particolare proposta interpretativa del pensiero heideggeriano confermano e consolidano la posizione di rilievo che Peter Trawny ha aquisito come uno dei grandi esponenti della ricerca più recente sulla filosofia di Heidegger, e non solo.

 

 

 

 

Simbiosi di vita e pensiero

D. Egregio Prof. Trawny, quest’anno è appena stato pubblicato per la casa editrice Klostermann il suo ultimo libro Der frühe Marx und die Revolution nel quale Lei parla di una simbiosi tra vita e pensiero, affermando che «il rapporto del filosofo con la filosofia non è biografico bensì sim-bio-grafico [sym-bio-graphisch]». Questo che cosa significa?

 

R. Innanzitutto con questa idea intendo riconoscere che la vita di un pensatore e la realtà in cui vive si riflettono e si ripercuotono sempre sul suo pensiero. Le tracce lasciate dalla vita possono essere lette dal punto di vista della psicologia o della sociologia. All’inizio di Al di là del bene e del male Nietzsche afferma che in filosofia non c’è nulla di impersonale. Sono d’accordo. Ma bisogna anche considerare che, allo stesso tempo, pure la realtà di una vita filosofica viene a sua volta colpita dal pensiero. Pertanto il rapporto tra vita e pensiero non è una strada a senso unico. La realtà che il pensiero incontra è, a sua volta, già una realtà toccata dal pensiero. Nel caso di Marx questo lo possiamo vedere facilmente: la sua vicinanza ai giovani hegeliani, i suoi interessi politici, il suo engagement gli furono d’impedimento nella prosecuzione della carriera universitaria dopo il dottorato. Inizia allora a lavorare come giornalista e ben presto, a causa delle sue posizioni politiche, deve abbandonare la Prussia. C’è una simbiosi tra vita e pensiero, e perciò la filosofia è sempre fondata sim-bio-graficamente.

 

D. Lei mette in risalto la formulazione di Marx secondo cui la realtà ha precedenza rispetto alla filosofia. In L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza Friedrich Engels scrive che le cause ultime di ogni cambiamento sociale e di ogni sovvertimento politico non debbono essere ricercate nelle teste degli uomini, ma nelle trasformazioni dei modi di produzione e di scambio; esse non risiedono pertanto nella filosofia ma nell’economia dell’epoca in questione. In un’intervista rilasciata alla rivista «Der Freitag» lei afferma: «Provo una profonda diffidenza nei confronti della turbo-teoria accademica»[13]. La relazione reciproca di filosofia e vita sembra essere per Lei molto importante. Quale connessione vede tra vita e filosofia, e nel caso specifico di Marx tra la sua vita e le sue idee?

 

R. Mostrare la relazione reciproca tra vita e pensiero per me è, senz’ombra di dubbio, molto importante, soprattutto perché l’università vuole annullare questa relazione. In generale vi agiamo come se il corpo non fosse importante, come se si trattasse solo dello spirito e delle sue prestazioni. Le ricerche sociologiche ci dicono invece qualcosa d’altro. È ancora molto raro che uomini provenienti da contesti non-accademici abbiano successo nell’accademia. E questo non perché essi siano più stupidi ma perché l’habitus accademico non è loro familiare, … e forse anche perché lo trovano in parte ridicolo, o comunque perché non riescono ad accettarlo come ovvio. Ciò produce un certo effetto di goffaggine e impaccio, e finisce per rinnovare il fatto che gli iniziati all’accademia rimangano sempre un gruppo a parte. Chi vorrebbe infatti lavorare nell’accademia assieme a qualcuno che deride l’habitus accademico, o che addirittura pensa di demolirlo? Per quanto riguarda la sua domanda su Marx, Le ho già risposto concludendo l’idea precedente.

 

La catena degli antenati

D. Marx una volta ha detto: «Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi» (Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte). Se consideriamo l’origine ebraica di Marx, secondo Lei che tipo di influsso ha la discendenza rabbinica di Marx sul suo pensiero[14]?

 

R. È difficile da dire. Marx ha evitato una riflessione sul proprio giudaismo. Da un lato abbiamo il saggio Sulla questione ebraica, che alle nostre orecchie – divenute nel frattempo sensibili nei confronti di tali problematiche – deve suonare come assolutamente antisemita; dall’altro lato lo stesso Marx fu poi oggetto di attacchi antisemiti, e le teorie di Marx vennero ben presto considerate delle teorie tipicamente ebree. Io credo che Marx pensasse in modo cosmopolita, in linea con la sua origine borghese. L’internazionalismo della sua teoria rivoluzionaria scaturisce forse da questo cosmopolitismo; Lenin infatti ha poi confutato il fatto che la rivoluzione dovesse essere totale, che dovesse prodursi «in tutti i paesi».

 

La vita di un genio nel quartiere di Soho: tra povertà e divertimenti

D. Dopo essere stato espulso dalla Germania in condizione di apolide, nel 1849 Karl Marx si trasferisce a Londra con la famiglia. Vi resterà fino al 1883, anno della sua morte. L’esilio londinese, lungo oltre 30 anni, sarà un periodo di estrema povertà. Dei suoi sette figli sopravvivranno solamente tre bambine. La famiglia viveva a Soho, quartiere di povertà e divertimenti, dove Marx era cliente abituale del banco dei pegni. Nel 1856 la famiglia si trasferì in una nuova casa a nord di Londra. Per la critica dell’economia politica è del 1857, Il capitale del 1867, scritto nella famosa biblioteca del British Museum. A causa della quasi totale dipendenza economica dall’amico Engels, dalla quale non riuscì mai a liberarsi, Marx è stato anche considerato come un “pelandrone”.  In una lettera a Engels egli scrive: «Se solo sapessi intraprendere un qualche business! Grigia è, caro amico, ogni teoria, e solo il business è verde. Purtroppo sono giunto a questa conclusione troppo tardi». Proprio Marx, che non aveva idea alcuna di come maneggiare il denaro, ha scritto tanto sul «mistero» del denaro, il «dio delle merci». La prima sezione dell’opera del secolo, il Capitale, è intitolata appunto Merce e denaro. In un’altra lettera inviata a Engels egli scrive: «Devo perseguire il mio scopo attraverso ogni difficoltà e non posso permettere alla società borghese di trasformarmi in una money-making machine». Come possiamo farci un’immagine possibilmente corretta di Marx? E inoltre, che ruolo hanno le sue continue difficoltà economiche nell’analisi di temi come ad esempio “l’ineguaglianza sociale” e la “povertà”?

 

R. Come ho già detto, sono dell’idea che Marx con la distinzione tra struttura e sovrastruttura – e quindi con l’idea che il nostro pensiero risponda a situazioni di vita concrete, anche senza saperlo – avesse ragione. E che quindi le cose non possono stare altrimenti: anche nel pensiero di Marx confluiscono esperienze di vita concrete, le cosiddette «realities of life» di cui parla Engels nella prefazione inglese a La situazione della classe operaia in Inghilterra. L’immagine di Marx è invece una questione a parte. “Immagini” di Marx ne sono state fatte e prodotte a seconda dei più svariati interessi, i quali avevano ben poco a che fare con il tentativo di desumere da Marx e dal suo pensiero idee filosofiche. Quindi eviterei di voler erigere a mia volta una qualche “immagine di Marx” - tra l’altro ce ne sono state già troppe. Rendiamo giustizia a Marx se crediamo nella liberazione dell’uomo dalle ineguaglianze sociali, e se operiamo, anche nel pensiero, a questo fine.

Dalle questioni sociali del primo socialismo al Manifesto

D. Ci si dimentica facilmente del fatto che i complessi problemi sociali ed economici che gravavano sulle società del XVIII e XIX secolo produssero importanti questioni sociali, e che queste furono la forza motrice di vari movimenti politici. Il cammino che va dagli inizi dei movimenti operai in Germania alla Lega dei Giusti (Wilhelm Weitling) fino al Manifesto del partito comunista, scritto dal ventinovenne Marx insieme a Engels, non è molto lungo. Il Manifesto è un testo dal linguaggio nitido, conciso e animato da un vigoroso impeto politico. Dopo la Bibbia è il testo più diffuso al mondo. «Un fantasma si aggira per l’Europa – il fantasma del Comunismo»; «La storia di tutte le società esistite finora è la storia delle lotte di classe». Qual è il ruolo del Marxismo nello sviluppo dello Stato Sociale?

 

R. In generale lo Stato Sociale è sorto piuttosto a partire da un contro-movimento rispetto a Marx. Penso qui alla promulgazione delle leggi sociali sotto Bismarck, fatte per evitare l’esplosione di moti rivoluzionari. Ancor oggi lo Stato Sociale (come ad esempio in Germania il piano Hartz IV) esiste soprattutto per evitare l’insorgere di una grande massa fuori controllo, per così dire “critica”, che potrebbe innescare tumulti e agitazioni sociali. Non mi pare che si possa ritenere che lo Stato Sociale realmente esistente sia il risultato diretto di una certa coscienza marxista. Da questo punto di vista abbiamo una storia dello Stato Sociale che dev’essere pensata dialetticamente: le condizioni dei lavoratori sono migliorate non grazie alla rivoluzione, ma grazie alle misure prese per evitarla.

 

Capitalismo, globalizzazione e tecnica moderna

D. Molti aspetti dell’analisi del capitale proposta da Marx sono attuali ancor oggi; pensiamo ad esempio alla globalizzazione e allo sfruttamento, al ricorrere periodico di crisi sistemiche (dovute alla formazione di monopoli, alla sovrapproduzione, alla disuguaglianza sociale), alla ripartizione diseguale della ricchezza e alla caduta tendenziale del saggio di profitto. Tuttavia negli ambienti economici le tesi di Marx sull’economia sono considerate come largamente superate. Riguardo all’espansione necessaria del capitalismo scrive Marx: «Spinta dal bisogno di sempre nuovi sbocchi per le proprie merci, la borghesia si spinge su tutto il globo terrestre per invaderlo. Dappertutto essa deve stabilirsi, dappertutto essa ha bisogno di estendere le linee del commercio» (Manifesto del Partito Comunista). Sulla proprietà privata e riguardo al principio di uno sviluppo sostenibile Marx scrive, oltre cent’anni prima del famoso Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992: «Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familiae, alle generazioni successive» (Il Capitale, Libro III). Il filosofo parigino Louis Althusser (1918-1990), uno dei maggiori critici del marxismo dogmatico, nelle opere Pour Marx (1965) e Lire le Capital (1968) prova a mostrare che Marx non intendeva proporre un marxismo moralizzante. Con Il Capitale egli intendeva piuttosto cogliere la società nella sua complessità strutturale. Marx, con le sue precise analisi della società e del capitale, intendeva favorire una visione delle leggi che governano lo sviluppo storico delle società, le sue strutture economiche, e le relazioni tra produzione e consumo. Che cosa possiamo imparare ancor oggi da Marx?

 

R. Al momento questa è una domanda ricorrente. Attualmente, e intendo dire in occasione del duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx, e quindi in occasione di una ricorrenza che fa di “Marx”, per un breve periodo, un articolo che va a ruba e con il quale è possibile incrementare di un poco il fatturato annuo. Celebrando “Marx” il “mercato” celebra sé stesso. Per il mercato è del tutto indifferente se sia Marx o Nietzsche o qualcun altro a fare numero tondo; l’importante è poterne ricavare profitto. Detto altrimenti: è stato Marx a trasmetterci, tra le altre cose, una certa attenzione e sensibilità nei confronti del significato dell’economia. Al riguardo, evidentemente, dobbiamo chiederci: chi è questo “noi” implicito nella domanda “che cosa possiamo ancora imparare da Marx”? Personalmente non riesco ad identificarmi con quelle persone che ora, in occasione del giubileo di Marx, incassano ricchi chachet discutendo nei Talk-Shows o sulle riviste patinate dell'attualità o dell’inattualità di Marx per poi passare, magari l’anno prossimo, a commemorare un altro qualunque, ad esempio un qualche eminente imprenditore. Da Marx ritengo di poter imparare la stessa cosa che posso imparare da ogni grande filosofo: a pensare – e che il pensiero non è mai abbastanza.

 

Marx e Hegel, un concetto differente di “alienazione”

D. Marx critica il concetto di “alienazione” di Hegel perché risulterebbe equivalente a quello di “oggettivazione”. Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 (detti anche Manoscritti di Parigi) Marx formula una proposta per certi versi utopica: quella di un uomo a venire formato «in tutta la ricchezza del suo essere», un uomo «ricco e profondamente sensibile a tutto come sua stabile realtà» – un’utopia dell’uomo totalmente formato che doveva corrispondere all’ideale precedentemente stabilito da Schiller nelle sue Lettere sull’educazione estetica dell’uomo. Secondo Marx tale una emancipazione sarebbe possibile solo attraverso il cambiamento dei rapporti di produzione. Egli scrive: «Ne viene quindi come conseguenza che l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt’al più ancora l’abitare una casa e il vestirsi; e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale. Certamente mangiare, bere e procreare sono anche funzioni schiettamente umane. Ma in quell’astrazione, che le separa dalla restante cerchia dell'attività umana e le fa diventare scopi ultimi ed unici, sono funzioni animali». Inoltre, riguardo la realizzazione di sé nel lavoro, scrive: «In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e corporale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza – solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!” (Critica del programma di Gotha, 1875) Come definisce Marx l’uomo? Lo pensa come animal rationale, come zoon politikón, oppure come un ente che modifica la propria natura attraverso il lavoro? Qual è la relazione tra uomo e lavoro secondo Marx al giorno d’oggi?

 

R. Secondo Marx il lavoro segna il punto di distinzione e differenziazione tra uomo e natura. Pertanto, egli ritiene che l’uomo stia ancora, per così dire, con una gamba dalla parte della natura. Gli animali infatti non lavorano, semplicemente s’alimentano, senza un particolare impiego. Nel caso dell’uomo non si può dire lo stesso. Da un lato l’uomo possiede un corpo che presenta caratteristiche animali (si pensi all’atto sessuale), dall’altra egli può e deve prendere le distanze dal proprio corpo. Questa ambivalenza caratterizza anche il materialismo di Marx. Egli infatti è convinto che l’uomo non sia nient’altro che la realtà della produzione, eppure lavora (e pertanto anche l’uomo in generale) alla propria libertà da questa realtà. C’è quindi una certa prossimità tra naturalismo e umanesimo, della quale tra l’altro ci parla lo stesso Marx. In occasione delle commemorazioni ricordate in precedenza s’è persino sentito dire che il “teorico della rivoluzione” non avrebbe etica alcuna. Questa è una stupidaggine. Colui che ritiene che l’uomo viva per essere libero pensa, già di per sé, eticamente.

Libertà

D. Se consideriamo che la libertà si dà solo in società e che essa si costituisce unicamente all’interno di un processo sociale, dobbiamo accettare che l’individuazione si realizzi come forma di sicurezza sociale che «deve essere prodotta collettivamente». Le istituzioni statali e sociali devono essere viste quindi come una minaccia e come una limitazione della libertà individuale, o piuttosto come assicurazione ed estensione della stessa? Libertà individuale e stato di diritto contrastano l’uno con l’altro? E secondo Marx, la libertà collettiva è contrapposta alla libertà o all’emancipazione del singolo?

 

R. Io parto dal presupposto che l’uomo sia una creatura che vive in società. Questa società viene sospinta da vari interessi, i quali trovano espressione nella politica (indipendentemente dalla forma costituzionale dello stato, sia essa democratica o monarchica, ad esempio). Per poter dare forza e vigore a questi interessi l’individuo deve integrarsi in un collettivo (ad esempio un partito politico). A mio parere questo significa che conseguentemente l’individuo si dissolve in tali collettivi, o che comunque rimane necessariamente soggiogato ad essi. I fenomeni totalitari all’interno dello stalinismo o della rivoluzione culturale cinese non sono l’esito necessario di una situazione politica, bensì di una possibile forma d'organizzazione di quest'ultima, sino alla propria distruzione. A ragione Hannah Arendt intende il totalitarismo come distruzione della sfera politica (che geneticamente viene dalla sfera sociale). Nella rivoluzione culturale di Mao c’è il proposito di trasformare ideologicamente l’intimità della vita umana. E sebbene tale intimità non abbia status eterno alcuno, e quindi sebbene ciò che fa parte di questa intimità sia storicamente mutevole e mutabile, trovo il piano di una modifica cosciente della dimensione intima dell’uomo del tutto disumano.

 

Rivoluzione

D. «I filosofi fino ad ora hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di trasformarlo» (XI Tesi su Feuerbach). Notoriamente Marx ricusava riforme di trasformazione interne al sistema capitalista e propendeva invece con decisione per un cambio di sistema rivoluzionario su scala mondiale. Come rivoluzionario politico Marx è finito? E che cosa rimane oggi dell’idea rivoluzionaria del Marxismo?

 

R. Ho già accennato a che cosa “rimane” di Marx; che cosa rimanga del “Marxismo” è un’altra questione. Il “Marxismo” ha fatto del pensiero di Marx, di per sé assolutamente non dogmatico, una dottrina. Causando indottrinamento. E ciò dev’essere naturalmente rigettato. Per quanto riguarda la rivoluzione, che in Marx svolge un ruolo certamente importante, è tutta un’altra questione. In un frammento Benjamin scrive: «L’etica, applicata alla storia, è la teoria della rivoluzione». Da parte mia intendo la rivoluzione come un evento etico; voglio dire che bisognerebbe sviluppare un’etica della rivoluzione (e lo dico anche se molti, a sinistra, lo rifiutano). Inizialmente una tale etica non avrebbe nulla a che fare con l’evento stesso della rivoluzione. Le rivoluzioni accadono – o no. Solo un pensiero che, come per esempio quello di Francis Fukuyama, parla di «fine della storia» potrebbe dubitare del fatto che le rivoluzioni siano ancora possibili. Personalmente non sono d’accordo. Si tratta di pensare entro archi di tempo macroscopici, e allora la storia si apre nuovamente in uno spazio di manovra del quale, in fondo, non possiamo fare alcun pronostico. Quali saranno le conseguenze dei mutamenti climatici su scala globale, oppure di altre trasformazioni ecologiche? Ne deriverà una riconfigurazione della situazione territoriale del nostro pianeta? E questa riconfigurazione potrà avvenire senza l’uso della violenza? Sarà associata a idee politiche? Nessuno può dirlo. E pertanto la rivoluzione rimane una forma possibile di politica.

Lo stile di Marx. La filosofia nell’agorà.

Marx: un innovatore, rivoluzionario, visionario, demagogo oppure un filosofo?

 

D. Marx è considerato anche come un demagogo politico assai persuasivo, come un maestro della retorica della rivolta, della lotta di classe, contro la schiavitù del salario ecc. Uno che propagherebbe la lotta di classe invece della collaborazione sociale. I concetti del discorso politico da lui formati producono delle false questioni e dei falsi problemi? Sarebbe necessaria allora una profonda revisione dell’arsenale retorico della nostra società, come alcuni critici vorrebbero?

 

R. Innanzitutto mi chiedo se ci sia permesso definire quale retorica sia politicamente lecita e quale no. Imprese di questo tipo conducono raramente agli scopi perseguiti. Al contrario, spesso denotano il contrario. Consideriamo per esempio il tentativo, che dura da decenni ormai, di escludere la retorica di destra dallo spazio politico delle democrazie occidentali. Che questo tentativo ci sia stato non lo dice una qualche teoria del complotto ma, in Germania almeno, appare evidente come epifenomeno del movimento del ‘68. Molti media erano infatti occupati da persone il cui spettro di idee derivava da questo movimento, che peraltro assai di rado ha raggiunto le altezze retoriche del Manifesto del Partito Comunista. Ora che siamo giunti al termine biologico di questa generazione la situazione crolla su sé stessa. La retorica di destra, per anni repressa, festeggia il proprio ritorno. Inoltre è proprio questa la situazione attuale in cui la sinistra, ormai quasi scomparsa e moribonda, deve porsi delle domande e pensare un nuovo tipo di retorica politica – nessuno può ancora dire come questa sarà. E quindi sì, la retorica politica attraversa una crisi; il linguaggio e i concetti di Marx, se non saranno attualizzati e ripensati, non potranno offrire aiuto alcuno.

 

Marx – il tedesco più importante

D. Nessun altro tedesco al mondo ha avuto un’influenza così grande come Karl Marx. Che cosa c’è di “tedesco” in Karl Marx?

 

R. Che cosa c’è di tedesco nella filosofia tedesca? Senz’ombra di dubbio Marx proviene da una filosofia e da una certa considerazione della filosofia relazionate allo spirito speculativo di Hegel. I filosofi analitici o positivisti spesso hanno considerato questo spirito come esplicitamente “tedesco”. Ancora Adorno, nel suo intervento alla radio intitolato Was ist Deutsch? [Che cos’è tedesco?][15], sottolinea la connessione tra questo spirito speculativo e la lingua tedesca. Può essere. La filosofia tedesca si situa nella tradizione del pensiero occidentale, che da Atene attraverso Roma, Gerusalemme e il Medioevo arriva a Berlino, Parigi, Francoforte e Friburgo. I filosofi tedeschi parlano tedesco, ma si occupano in misura sempre maggiore di questa tradizione. E anche Marx non è un'eccezione.

 

L’ultima domanda

D. Professor Trawny, di fronte alla finitudine della vita umana, che ruolo ha, secondo Lei, lo humor?

 

R. Di fronte alla morte perdo il sorriso, che altrimenti ha un effetto assai vivificante.

 

 


[1] Intervista realizzata da Ahad Pirahmadian, traduzione italiana di Giovanni Jan Giubilato.

[2] P. Trawny, Heidegger e il mito della cospirazione ebraica, trad. it. C. Caradonna, Bompiani, Milano 2015. Cfr. anche l’articolo Heidegger e l’ebraismo mondiale, in A. Fabris (a cura di), Metafisica e antisemitismo. I «Quaderni neri» di Heidegger tra filosofia e politica, Edizioni ETS, Pisa 2014, pp. 9-38.

[3] Matthes & Seitz, Berlin 2011.

[4] Matthes & Seitz, Berlin 2013.

[5] Matthes & Seitz, Berlin 2017.

[6] Matthes & Seitz, Berlin 2014.

[7] Matthes & Seitz, Berlin 2016.

[8] Riuniti nella traduzione italiana: P. Trawny, Saggi su Heidegger. Adyton e fuga dell’erramento, a cura di G.J. Giubilato, Edizioni ETS, Pisa 2017.

[9] Fischer Verlag, Berlin 2018.

[10] Klostermann, Frankfurt a.M. 2015.

[11] Klostermann, Frankfurt a.M. 2016.

[12] Klostermann, Frankfurt a.M. 2017.

[13] Der Freitag. Das Meinungsmedium, Volume 40 (2015).

[14] Come afferma Werner Blumenberg nella sua monografia su Marx, «se pensiamo al carattere dei primi rabbini, allora possiamo dire che in Karl Marx una tradizione secolare di saggi raggiunge il proprio apice, e allo stesso tempo la propria fine» (W. Blumenberg, Karl Marx, Rowohlt, Reinbeck bei Hamburg 1988, p. 14).

[15] Cf. P. Trawny, Was ist Deutsch? Adornos verratenes Vermächtnis, Matthes & Seitz, Berlin 2016 [N. d. T.].