OTFRIED HÖFFE, KANT. Morale, storia, politica, religione, trad. it. di G. Panno, Morcelliana, Brescia 2018, pp. 522. PDF Print E-mail
Written by Edizioni ETS   
Friday, 08 February 2019 19:16
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Come anticipa il titolo di questo suo nuovo lavoro, Otfried Höffe, uno dei più fini conoscitori contemporanei del pensiero di I. Kant, presenta al lettore una ricostruzione/ricomprensione degli ambiti tematici di maggior interesse della riflessione del filosofo tedesco, con attenzione specifica alle questioni della morale, del diritto, della storia, della religione, della pedagogia. Filo conduttore dell’ampio volume è il concetto di critica, la lente attraverso la quale Kant scruta le possibilità della ragione, i limiti della libertà e indaga dall’interno la stessa Aufklärung, che Höffe rilegge in modo innovativo. Colpiscono il suo approccio e in generale il tono, che mentre riconosce a Kant la straordinaria qualità di «pensatore tanto creativo quanto capace di provocare», valuta – con un’affermazione inusuale fra gli studiosi – la propria ri-lettura e ri-visitazione, esito di una riflessione trentennale, come «un bilancio parziale», una «interpretazione non definitiva»; una autovalutazione motivata solo dall’altissima considerazione per il suo autore, la stessa che gli fa dire: «I Kant get no satisfaction».

 

Kant. Morale, storia, politica, religione

Come Höffe, anche il lettore – lo studioso esperto e lo studente – può trovarvi motivi per addentrarsi in profondità nella conoscenza di Kant, e comprendere quanto ancora sia necessario, funzionale, utile, nel contesto del dibattito contemporaneo, di fronte ai temi in esso emergenti, leggerlo e frequentarne il pensiero. Ci si chiede se le questioni con le quali ci confrontiamo nel nostro tempo, le domande che il pensiero contemporaneo si pone, i problemi che urgono come nuovi anche quando non lo sono e rinnovano il nostro discutere, possono trovare migliore comprensione, penetrazione, sollievo ermeneutico attraverso lo studio di Kant, attraverso una rinnovata attenzione alle domande esistenziali e nondimeno universali che furono la sua guida teorica e pratica. Difficile che possano venirci risposte dirette, soluzioni; più opportunamente possiamo attenderci un supporto metodologico sul terreno delle modalità del condurre l’analisi e sulla capacità di individuare i nostri “compiti”, i contenuti universali del “pratico”.

 

 

Il lavoro di Höffe si concentra su quattro macro aree, che chiama «forze motrici», Antriebskräfte, attive all’interno dell’opera kantiana: l’Illuminismo del pensiero, la critica, la morale, il cosmopolitismo. Riflettendo sulla loro articolazione e sul loro sviluppo vuole mostrare la portata innovativa e provocatoria del pensiero di Kant, l’attitudine meno accademica e più legata all’esperienza e alla divulgazione, oltre che la sua attualità.

L’Illuminismo del pensiero, la prima di queste forze, è letta da Höffe come un «movimento di rivoluzione interiore»; niente di riconducibile a un di più di luce, di più conoscenza e competenza, di più chiarezza; piuttosto una “rivoluzione” nella condotta e nell’atteggiamento del soggetto verso il mondo, verso lo Stato assoluto, verso il potere della Chiesa. Si tratta infatti «dell’uscita dell’uomo dalla condizione di minorità» e della conquista di un «pensare autonomo», sintetizzati dal motto: «Sapere aude». Tutti i saggi nei quali Kant svolge e fa evolvere il senso di questa rivoluzione interiore, che egli stesso qualifica come «la rivoluzione più importante», sono via via ripresi da Höffe; dai passaggi dell’Antropologia pragmatica all’Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, dalla Risposta alla domanda, a Cosa significa orientarsi nel pensiero,  alla Religione tutto converge a evidenziarne la natura “pratico-morale”, l’oltrepassamento della portata di auto comprensione teoretica e tecnico-strumentale non propriamente di movimento intellettuale – la sua accezione corrente – quanto di «movimento emancipatorio», di «impegno e coraggio dello spirito». A questo primo mutamento di rotta, che oppone all’atteggiamento teoretico intellettualistico, comunemente condiviso, la valorizzazione dell’istanza pratica, Höffe affianca un’ulteriore peculiarità “provocatoria” del pensiero di Kant: la scelta anti-aristocratica, liberale e democratica, rinvenibile nell’apertura all’emancipazione dello spirito, che respinge le ben note autorità esterne, si batte contro «la pigrizia» e «la codardia», chiama tutti ad assumersi il faticoso compito di pensare da sé stessi, di disciplinare i propri istinti in vista di un pensare autonomo, di fare un «uso pubblico della propria ragione in ogni campo». Nessun conflitto potrà sorgere con i doveri civici: obbedire alle istituzioni non sarà un problema e potrà conciliarsi con la libertà di pensiero all’interno della propria comunità.

Così, la seconda forza propulsiva, individuata da Höffe nella “critica”, si comprende facilmente come interagisca con la prima e connoti il giudizio, ovvero diventi prerogativa metodologica di colui che usa autonomamente il proprio intelletto. Ne sono esplicitazione gli scritti centrali della maturità di Kant, le tre Critiche, nelle quali mette in scena – dice Höffe – un «processo giudiziario democratico», condotto nella forma di un «libero e pubblico» esame razionale. Istruendo un processo di critica razionale, Kant inaugura un’attività teorica di decostruzione (della metaphysica specialis), della quale, a torto, i protagonisti della postmodernità avranno potuto considerarsi gli inventori e, a partire da quella, procede a una ri-costruzione del sapere collegando «unità e molteplicità nel principio della comunità». Elementi di notevole attualità Höffe vede anzitutto nello studio kantiano della natura e nel rapporto fra natura e libertà; e quanto alla morale e agli altri aspetti dell’agire pratico, dal diritto e lo Stato alla storia, dalla pedagogia alla religione, il dato che maggiormente risalta è il «primato del pratico», colto nella finalizzazione dei contenuti del sapere e dello sperare – centrali nella prima Critica – al dovere, vale a dire al servizio della morale.

Molti elementi convergono dunque per Höffe a mostrare che l’interesse primario di Kant, la sua «guida», è di natura «pratico-morale»; compresa la stessa idea etico-politica di cosmopolitismo, profondamente radicata nella «ragione universale che supera i confini politici» e si esprime nella impossibilità della cristallizzazione tecnica.

Proprio alla visione cosmopolitica di Kant Höffe attribuisce uno straordinario risalto, a motivo della sua attualità, certo, ma ancor più perché ritiene che da quel concetto politico e morale l’intero edificio di pensiero resti contaminato. Nel cosmopolita, il cittadino del mondo, è rappresentato il soggetto capace – o anche messo in condizione di – superare «confini statuali ed etnici, linguistici e culturali, forse anche religiosi». Ma l’estensione dell’idea cosmopolitica, con la quale ogni giorno il nostro presente è – più o meno volentieri – chiamato a confrontarsi, è più larga e non esaurisce qui il suo senso. La pedagogia, ad esempio, con i suoi scopi peculiari di «acculturare, civilizzare, moralizzare», scopi buoni, approvati da ognuno, che ognuno può adottare, ha una vocazione cosmopolitica in quanto volta al futuro e ancorata al “mondo”.  Höffe ricorda come la riflessione filosofica abbia riconosciuto da sempre un «significato ancora più ampio» all’idea cosmopolitica: fin dalle origini, il fondamento cognitivo della filosofia, indipendentemente dal luogo o dal contesto culturale in cui questa sorge e si sviluppa, in Occidente come altrove, non si cristallizza in caratteri etnicamente limitati. Il suo nucleo e il suo veicolo è il logos-ragione-discorso universale, che non conosce confini politici, che interagisce immediatamente con l’esperienza umana singolare.

È questa interazione che, possiamo dire, consente alla ragione la difesa di diritti particolari, anche di piccoli gruppi umani, facendo ricorso ad argomentazioni universali. Pur in tutto questo, è difficile trovare filosofi che abbiano maturato una visione cosmopolitica così ampia e comprendente come quella di Kant. Fin dai suoi studi di geografia fisica e fin dal suo interesse per l’antropologia, che come sappiamo inizia presto anche se tarda a tradursi in uno scritto sistematico, sono le differenze a catalizzare la sua attenzione: quelle geo-fisiche, quelle bio-fisiche e quelle legate alle mentalità; Höffe osserva qui che l’analisi, il fulcro argomentativo e il suo sviluppo restano senza sbavature: non troviamo «quegli aspetti comuni che hanno consentito al continente di porsi al centro del mondo», Kant non pensa «in modo eurocentrico», non manifesta un «sentimento di superiorità», non coltiva né produce «eurocentrismo». Il suo convincimento cosmopolitico non si limita al piano descrittivo, ricerca anzi un alto tasso di solidità; si esercita in modo originale, sul terreno “fondativo” e non resta confinato solo al progetto etico-giuridico, pur di grande articolazione e impatto come la Pace perpetua; in realtà prende corpo e cresce in opere precedenti informando l’intera filosofia, non solo quella della storia, della politica e del diritto.

Höffe considera dunque questo «aspetto», questa «parte» – come a prima vista appare, e com’è considerato da molti studiosi – della riflessione matura di Kant un convincimento profondo e pervasivo, costitutivo del suo modo di pensare, e ne fornisce convincente dimostrazione estesa alla ricostruzione dell’andamento della vita privata e sociale di Kant. Riservato, stanziale nella periferica Königsberg, abitudinario, ma anche conversatore pieno di spirito, quando la «conversazione» non aveva ancora manifestato alla riflessione filosofica le sue risorse cosmopolitiche (K.A. Appiah); uomo colto e curioso, interessato alle novità della scienza, alle rivoluzioni della politica e del diritto, alle trasformazioni della società, alle diverse culture. L’impegno di Höffe è portare alla luce, dandone evidenza dimostrativa, questo cosmopolitismo dei contenuti filosofici in tutta l’opera kantiana, quelli che – afferma – «non sono visibili fin dall’inizio»; probabilmente non sempre li si è voluti vedere, o non c’era vero interesse da parte degli studiosi a mostrarne l’ampiezza e la ricorrenza. Del resto, l’orizzonte regolativo del cosmopolitismo e quello della pace, la visione utopica kantiana di un orientamento del mondo verso il meglio, al servizio di «quell’optimum nel mondo (Weltbesten)», hanno avuto molti e fieri avversari; certo, anche attenti ammiratori, che si sono messi sulla scia del suo pensiero morale e giuridico, e del compito che vi è implicato, non solo per proseguirne la ricerca, ma soprattutto per tradurla, organizzarla e promuoverla nella prassi.

E anche la Posfazione di G. Panno, che chiude il volume, un tributo al prezioso magistero di Höffe e ai ruoli pubblici legati al suo “kantismo”, mentre riprende alcune efficaci chiavi interpretative, cura in dettaglio lo sviluppo del concetto di «rivoluzione dell’intenzione», mostrandone l’insospettabile ricchezza di declinazioni cui Kant rinvia, fino a congiungerla all’utopicità e progressività della «rivoluzione della chiesa invisibile».

Nel volume di Höffe c’è molto altro, c’è soprattutto la passione dello studioso che «di Kant non ne ha mai abbastanza»; oltre a riconfermare il valore di un classico dell’età moderna e l’attualità di un gigante del pensiero, il libro si offre al lettore, auspichiamo anzitutto al giovane lettore, con un approccio che compie lo sforzo di abbandonare la veste accademica; con un linguaggio filologicamente molto sorvegliato ma accessibile ed efficace, con una disposizione dei contenuti che raccoglie la sfida di mantenere la scientificità risultando anche accattivante.

 

Laura Tundo Ferente