Controversies in the Contemporary World PDF Print E-mail
Written by Veronica Neri   
Tuesday, 12 November 2019 03:43
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Aa. Vv., Controversies in the Contemporary World, a cura di A. Fabris e G. Scarafile, Controversies (CVS) - Ethics and Interdisciplinarity [volume 15], John Benjamins Publishing Company, Amsterdam/Philadelphia 2019, pp. 305.

 

di Lucia Pandolfo

In Controversies in the Contemporary World le voci di quindici esperti, di diversa provenienza disciplinare, compongono un’antologia per problemi sotto l’egida comune della teoria delle controversie. La presente pubblicazione è dedicata proprio alla memoria del fondatore di tale teoria filosofica, Marcelo Dascal (1940-2019), professore all’Università di Tel Aviv. Egli è stato curatore e autore di numerosi volumi; per la John Benjamin Company, che ha fondato, ricordiamo Controversies within Scientific Revolution [2011] e Controversies and Subjectivity [2005] curata insieme a Pierluigi Barrotta. Da studioso di pragmatica della comunicazione, Dascal ha fornito una definizione di controversia tanto analitica quanto coerente alle pratiche (Shoham, 43-44), per tentare una ricucitura tra fatticità ed eidetica senza subordinazioni (Foreword, XI). Nonostante le sue giovani origini, la teoria di Dascal costituisce un riferimento transdisciplinare proficuo.

Congiungere le controversie e il mondo contemporaneo in un discorso filosofico o in un titolo non è un’operazione casuale. Piuttosto, gli autori mostrano che nel mondo contemporaneo trovano dimora molti casi di anomia. Si pensi alle difficoltà di definizione – e azione – intorno ai confini geopolitici (Del Bianco, ch.12), al rapporto con le nuove tecnologie digitali (Dominici, ch.10) o alla così detta battaglia tra sessi nella comunicazione (Laas, ch.13). Il mondo contemporaneo, insomma, è pieno di controversie permeate di filosofia, o di cui anche la disciplina filosofica può occuparsi a buon diritto, senza pretese di monopolio. Quandanche la filosofia non appaia in primo piano, essa è sempre in travaglio nelle applicazioni. Per questo Controversies in the Contemporary World offre un’istantanea sullo scenario composito del pensiero in atto, a partire da diverse prospettive: dalla teoria dell’argomentazione alla teologia filosofica alla psicologia; ma anche dalla filosofia della scienza, l’etica della comunicazione, il diritto e gli studi di fenomenologia.

 

 

Data la pluralità disciplinare, i curatori propongono una tavola dei contenuti sobria e schematica (VII-IX), tale per cui si possa supporre che di controversie si parli prima in un senso materiale, poi in senso formale. In effetti, anche Scarafile sembra guidarci in questo senso (Foreword, XIII). Le due sezioni distinguerebbero un prim’ordine d’interesse, intorno ad una controversia precisa nella storia della filosofia, da un secondo tipo di studi sulla sua importanza come metodo dialettico. La divisione tiene, anche se nessuno degli autori sembra ignorare del tutto uno dei due aspetti. Si può dire che ogni caso di studio sia stato trattato nel senso precipuo del Beispiel kantiano. Le stesse controversie sono il luogo in cui possa essere indagata la potenzialità per il concetto di disseminarsi nel tempo e nelle geografie: ora con efficacia, ora cangiante e insoluto.

In questo volume, il valore della teoria delle controversie è declinato in almeno tre dimensioni. Una è quella filosofica in senso disciplinare, la seconda è di tipo politico, l’ultima è relativa al valore epistemologico. Del primo aspetto si occupano più chiaramente i primi capitoli. Heffernan, ad esempio, studia uno dei «paradossi cronici» della filosofia (Heffernan, 98-99), ovvero l’unità delle virtù, con particolare attenzione alla Grande Etica di Aristotele e agli strumenti delle Logische Untersuchungen di Husserl (ch. 5). L’intenzione comune degli autori è quella di aggiornare i paradigmi interpretativi delle opere in esame, ma in questo intento riescono soprattutto le ricerche di Scarafile all’interno del LeLo Project su Leibniz e Locke (Scarafile, Shoham, Shimony), coordinato da Dascal stesso, in qualità di esperto del pensiero di Leibniz. Per la ricostruzione dell’implicito del testo, che in questo caso è il capitolo 27 dei Nuovi saggi sull’intelletto umano, il processo di kenosis dell’interprete non astrae dagli aspetti pragmatici della conversazione. Grazie ad alcuni strumenti, come le massime di Grice, il dialogo tra Teofilo e Filalete ha ancora molto da dire, anche per l’etica della comunicazione e la teoria dell’argomentazione.

In una controversia, dove la negoziazione dei termini è continua – potenzialmente infinita – non esistono soluzioni ex cathedra. Come ricorda Fabris, secondo Dascal una controversia non può dissolversi, né risolversi, ma soltanto trasformarsi (Introduction, 2). Alla luce di questo nuovo principio di conservazione, è evidente che l’intellettuale non può ignorare le controversie, anzi: deve esserne attratto. Egli sarebbe, al pari del filosofo, il facilitatore di tali processi trasformativi. Sicuramente lo storico della filosofia che lavora sulla teoria delle controversie ha l’occasione di ripensare i linguaggi, il proprio ethos epistemico (Raguet, ch. 15; Fabris, Introduction, 2), il proprio ruolo. Come Bertolino, egli può esaminare le pratiche dialogiche contemporanee come esercizi del logos – per esempio il Counseling o il Café-philo (Bertolino, ch. 7); e come Dominici, può farsi garante di una buona riattivazione dei significati che vada oltre le «false dicotomie» (Dominici, 179).

Il momento della controversia costituisce una sorta di epochè dai processi apofantici. Tra i suoi assunti: la mancata manifestazione del vero. Che sia l’esempio di un “linguaggio dell’assenza”? Dadà ci induce a collocare la pratica delle controversie entro la cornice della filosofia della trascendenza di Levinas, in modo da suggerire un’applicazione per il dialogo interreligioso (Dadà, ch.8). Sulla traccia del problema del riconoscimento, procede anche Listening to the other. A way to change. (Giani, ch.9). Ad Alberta Giani va la seconda dedica del volume, già in via di pubblicazione al momento della sua scomparsa. A partire dagli studi di Righetti sull’ascolto prenatale, Giani argomenta che l’intersoggettività è attiva se (e quanto più) le parole dell’interlocutore sono ascoltate. Riconoscere «the power of the listened word» non è un’apologia del mutismo, quanto il modo di realizzare la zona interstiziale del dialogo secondo la “human condition” di cui parla anche Stern (Giani, 175).

Questa forse è la maggior forza della teoria delle controversie: mostrare che la consolazione di una filosofia non apofantica mantiene il valore della responsabilità intersoggettiva. L’intellettuale riattiva il significato dei concetti messi in discussione a partire dall’aspetto indiziale che è la presenza dell’altro-da-sé. La sua pratica teoretica è il contrario della fuga dal mondo. Non è un capriccio il riferimento all’opera di Antonello da Messina, San Girolamo nello studio (Scarafile, Foreword, XII): il filosofo non è l’eremita di una fede razionale.

Il problema dell’incontro e con i mondi altri e della loro traduzione, quindi, è l’idea architettonica. Achella e Zemplén la sviluppano con uno sguardo a Oriente (ch.4 e 6) in contributi che possono essere letti in contrappunto a quelli di Marrero e Ragouet. La “ermeneutica transculturale” (Achella, 69) cercata da Hegel e von Humboldt è in fondo ciò che Marrero tenta di realizzare, quando pensa di applicare la teoria delle controversie in contesti di pluralismo normativo e religioso (ch.14).  Indagare la pluralità delle forme di conoscenza, invece, interessa Zemplén e Ragouet. Questi applica la teoria delle controversie entro le maglie della scienza normale, intorno alle aporie che derivano dalla dicotomia tra fatto e valore, mentre Zemplén mostra che i gruppi di ricerca ibridi aiutano la mappatura di anomalie nella pratica medica (ch.6). In ciò è perfettamente in linea con lo spirito del libro: l’interdisciplinarità e le contaminazioni costituiscono infatti una strategia anche per gli altri contributori. Sembra emergere che una storia delle controversie scientifiche costituisce la base di una scienza per problemi popperiana. Beninteso: nonostante sia riscontrabile un certo criticismo metodologico comune, è impossibile intendere allo stesso modo la falsificazione e la controversia, a causa del disinteresse di quest’ultima rispetto al valore di verità. Di certo questi studi legittimano una domanda circa la definizione di progresso scientifico: questione di test e refutazioni, o di esercizio ermeneutico? (Zemplén, 110)

Questo volume mostra sicuramente un modo diverso di occuparsi di filosofia. Ma potrebbe la pratica delle controversie essere già la pratica della filosofia? Sicuramente le accomunano una coscienza della verità come limite supremo e come sapere divino irrefutabile. La teoria delle controversie non sembra però opporsi alla spoliazione progressiva dall'apparato metafisico – tendenza del pensiero filosofico che proprio Sainati aveva individuato (Dall’Idealismo all’Ermeneutica, Edizioni ETS, Pisa, 1999).

Chissà se piuttosto la polemica secondo controversie non sia il modo di avviare una comunicazione essoterica. Sicuramente, la teoria delle controversie resta fedele alla filosofia dell’eterno dialogo gadameriana. Con l’obiettivo di espungere ogni pretesa di filodossia monocorde, bisognerà verificare che nell’Occidente aperto, dove «non ci sono nemici» (Del Bianco, 230), la controversia riesca ad essere effettivamente un antidoto al fondamentalismo; o se, all’opposto, non sia un nomadismo intellettuale affatto fondativo.

Dalla prima alla seconda sezione del libro, la teoria delle controversie sembra abbandonare i confini della filosofia. Può essere sufficiente per imputare a Dascal un cedimento strutturale irreversibile della disciplina? Bando ai catastrofismi: da sola, la teoria di Dascal non escluderebbe l’acribia filologica dalla fatica del concetto. A ben vedere, infatti, essa permette alla filosofia di godere della versatilità necessaria per entrare in questioni disciplinari estranee e indagarne i presupposti. Dunque le applicazioni della teoria delle controversie sono coerenti con una filosofia vocata a farsi interprete della crisi. Entro la cornice delle teorie sul postmodernismo – che si annunciavano anche come teorie “post-filosofiche” – Dascal si era occupato di ritrarre il volto di una filosofia in trasformazione. Nel 1989 usciva The Institution of Philosophy. A Discipline in Crisis? Qui, forse, si ritrovano i prodromi dell’intera collana Controversies.

In un ruolo ancillare, la teoria delle controversie conferirebbe alla filosofia il lustro di istituzione ordinatrice e di sapere interdisciplinare. Non si tratta di avanzare la pretesa che una teoria possa risolvere (o dissolvere) la filosofia. Sta alla responsabilità del filosofo praticare il logos come forma di vita, senza venir meno al rigore scientifico e prendendo in carico la dimensione dell’umano.