DAMIANO COSTA, Esistenza e persistenza, Mimesis, Milano 2019, pp. 180. PDF Print E-mail
Written by Veronica Neri   
Tuesday, 19 November 2019 19:46
There are no translations available.

di David Anzalone

Nel nostro universo, qualunque cosa, dalla più piccola particella alla più smisurata galassia, esiste in un qualche tempo e in un qualche luogo. Ma cosa significa per qualcosa esistere in un qualche tempo? (Prefazione, 11)

Con queste parole si apre la monografia Esistenza e Persistenza di Damiano Costa, il cui scopo è quello di indagare il fenomeno dell’esistenza temporale e di valutarne le conseguenze per la metafisica della persistenza. Per i lettori italofoni si tratta di un unicum: è la prima monografia in lingua italiana interamente dedicata al tema della persistenza. Ma si tratta di un unicum anche per la letteratura filosofica in generale. Infatti è il primo studio sistematico della questione dell’esistenza temporale, di solito affrontata in modo implicito nel dibattito sulla persistenza.

Prima di affrontare la questione dell’essere nel tempo, Costa introduce il lettore al tema della persistenza, introducendo sin da subito l’impatto che può avere la riflessione sull’esistenza temporale (pp. 24-25). Nella letteratura – secondo le classiche definizioni di David Lewis (On the Plurality of Worlds, Blackwell, Oxford, 1986) si dice che un ente (un oggetto o un evento) persiste se e solo se esiste in vari tempi. Poi vi sono due modi diversi di persistere. Qualcosa perdura se e solo se persiste avendo parti temporali differenti in tempi differenti. Qualcosa endura se e solo persiste essendo interamente presente ad ogni istante della sua persistenza. L’endurare corrisponde al modo in cui solitamente consideriamo la persistenza degli oggetti. Quando consideriamo un oggetto in tempi differenti siamo subito tentati a dire che ad essere presente è l’oggetto in quanto tale, non una sua parte. Quando considero questa sedia in tempi diversi, mi sembra che sia sempre questa sedia ad essere presente e non una sua parte. Mentre quando consideriamo un evento in tempi diversi diciamo invece che è presente in tempi diversi perché le sue parti lo sono. Se consideriamo una partita di calcio, nella fetta di tempo corrispondente al primo tempo, diremo che è presente una parte della partita di calcio, la quale non è che la somma delle sue parti, ad esempio del primo e del secondo tempo. La partita di calcio dunque ci sembra perdurare.

 

Nella letteratura l’indagine metafisica, afferma Costa, di solito prende di mira il fenomeno della persistenza come indagine sui modi della persistenza delle entità temporali. Così il dibattito oppone tre grandi fazioni esaminate nel secondo capitolo: l’endurantismo, secondo cui gli oggetti endurano e gli eventi perdurano; il perdurantismo, secondo cui gli oggetti perdurano al pari degli eventi; l’exdurantismo, secondo cui nulla persiste. Rimane inesplorata però la questione della definizione di persistenza che viene appunto data in termini di esistenza temporale (p. 24).

Ora, è dunque necessario esaminare la questione dell’esistenza temporale. Costa distingue nel primo capitolo, accanto alla propria, cinque teorie dell’esistenza temporale, difese o assunte nella letteratura sulla persistenza.

  1. La teoria locazionista, secondo cui l’esistenza temporale è una relazione di localizzazione. Per un dato oggetto x esistere in un dato tempo t significa essere localizzato in t. (Josh Parsons, Cody Gilmore, Thomas Sattig)
  2. La teoria primitivista, secondo cui l’esistenza temporale è una relazione primitiva, cioè non riducibile ad altre relazioni, e specifica, nel senso che caratterizza unicamente la relazione con il tempo propria degli oggetti e non di altri enti. (Kit Fine)
  3. La teoria del modo d’essere, secondo cui l’esistenza temporale è un modo d’essere. (Kris McDaniel)
  4. La teoria connettiva, che tratta “nel tempo t” come un connettivo o un operatore, cosicché un oggetto esiste in t se e solo se “in t”, l’oggetto esiste (simpliciter).
  5. La teoria indicizzante, che tratta “nel tempo t” come un indice dell’oggetto, cosicché l’esistere in t di un oggetto x è l’esistenza simpliciter dell’oggetto indicizzato al tempo t, cioè di x-in-t.

Come i difensori delle prime due teorie, anche Costa propone di trattare l’esistenza temporale come una relazione. Tuttavia, è opportuno considerare che vi sono diversi tipi di relazione. Secondo la teoria locativa e quella primitivista, la relazione fra l’oggetto e il tempo è una relazione semplice, vale a dire diretta. Secondo Costa invece la relazione fra un oggetto e il tempo è da considerarsi una relazione composta. Consideriamo un esempio a noi familiare (p. 37). La relazione “essere suocero di” è una relazione composta perché riducibile a due stati di cose. Se x è suocero di y significa che, y è coniugato con z e che z è figlio di x. In che senso dunque l’esistenza temporale è una relazione composta? La proposta è che siano gli eventi ad essere direttamente nel tempo e non gli oggetti. Questi ultimi invece sono nel tempo in quanto partecipano (o sono soggetti) di alcuni eventi temporali. Quindi la relazione tra gli oggetti e il tempo è indiretta (o composta), in quanto mediata da un evento in relazione diretta (o semplice) con il tempo. In questo senso, usando una terminologia presa dal dibattito sugli universali, gli oggetti non sono immanenti nel tempo ma lo trascendono, cioè sono nel tempo attraverso gli eventi a cui partecipano. Perciò la teoria prende il nome di “teoria trascendentista dell’esistenza temporale”. Per un oggetto dunque esistere nel tempo significa avere una storia, cioè partecipare a una lunga serie di eventi che nel loro insieme costituiscono la “vita” dell’oggetto. Questa posizione sembra anche molto in sintonia con la nostra visione pre-teoretica della realtà, che si esprime nel linguaggio teoretico. Solitamente, quando parliamo di relazioni temporali come l’esser prima o dopo, non possiamo riferirci a oggetti ma eventi (p. 154). Non diciamo “Aristotele è dopo la guerra del Peloponneso”, ma “la nascita di Aristotele è dopo la guerra del Peloponneso”. Sembra quindi che attribuiamo una relazione diretta con il tempo agli eventi e non agli oggetti.

Ma che influenza può avere la teoria trascendentista dell’esistenza temporale nell’attuale dibattito sulla persistenza? Nella costruzione del testo, Costa presenta prima di tutto il dibattito nella sua versione mereologica, dove il punto di rottura tra endurantisti e perdurantisti è il possesso o meno delle parti temporali. Nel terzo capitolo poi Costa racconta della svolta locativa del dibattito sulla persistenza, avvenuta soprattutto grazie ai lavori di Josh Parsons (“Must a Four-dimensionalist Believe in temporal parts?”, The Monist, 83, 3 (2000): 399-418) e di Cody Gilmore (“Where in the Relativistic World Are We?”, Philosophical Perspectives, 20, 1 (2006): 199-236). Grazie alla svolta locativa, è possibile formulare in maniera più intellegibile le posizioni sul tema della persistenza. Non è più necessario opporre l’essere “interamente presente” degli oggetti per gli endurantisti, cioè la carenza di parti temporali, al loro possesso da parte degli oggetti perduranti.

Usando gli attuali strumenti della teoria della localizzazione – e distanziandoci invece dalla mereologia, cioè dalla teoria che spiega le relazioni tra il “tutto” e le parti – è possibile riformulare tanto la posizione endurantista che quella perdurantista come segue: per i perdurantisti, gli oggetti hanno solamente una localizzazione temporale esatta, cioè quella corrispondente all’intera durata dell’oggetto persistente; per gli endurantisti invece è possibile tanto che l’oggetto abbia una sola localizzazione temporale esatta (teoria degli estesi semplici), tanto che ne abbia molteplici (teoria multilocazionista).

Prima di comprendere meglio il senso della disputa, dobbiamo chiarire che cosa si intenda con localizzazione esatta. Possiamo dire che un ente è esattamente localizzato in una regione (di tempo, in questo caso), quando l’ente condivide con la regione tutte le relazioni dimensionali, come ad esempio la distanza da altre regioni e altre entità localizzate in questa dimensione (p. 71). In questo senso, il mio corpo è esattamente localizzato nella regione di spazio che per così dire lo ritaglia esattamente, e quindi il mio corpo condivide con essa ad esempio la distanza dal computer sul quale sto scrivendo e dalla sua localizzazione esatta. Ritorniamo ora all’opposizione fra endurantisti e perdurantisti. Secondo i perdurantisti, l’oggetto è esattamente localizzato nella regione di tempo corrispondente alla sua durata, e solo debolmente localizzato in parti di essa, cioè nei vari tempi in cui diciamo che esiste solo avendo delle parti temporali che vi sono esattamente localizzate. Per gli endurantisti, la situazione si fa più complessa. Ci sono infatti due modi in cui è possibile rifiutare l’esistenza delle parti temporali, usando il linguaggio locativo. Da una parte è possibile considerare l’oggetto come un esteso semplice, cioè considerarlo esteso nel tempo, ma senza parti. In questo caso l’oggetto tutto intero e indiviso sarà esattamente localizzato nella regione di tempo corrispondente alla sua durata, senza però che abbia delle parti, al contrario di un oggetto perdurante. Oppure è possibile pensare che l’oggetto sia esattamente localizzato in ogni momento della sua persistenza. In questo caso si apre la possibilità della multilocalizzazione, cioè la possibilità che un oggetto sia esattamente localizzato in più regioni della medesima dimensione.

Nel bilancio conclusivo, Costa osserva che, se da una parte, almeno da un punto di vista tecnico, la svolta locativa ha potuto chiarire cosa si nascondeva dietro al dibattito sulla persistenza, si può dire che siamo finiti in una impasse filosofica. Come detto sopra, ci viene intuitivo pensare che gli oggetti che persistono siano privi di parti temporali, e quindi ci viene intuitivo essere endurantisti. Tuttavia, siamo anche intuitivamente mossi a pensare che vi sia qualcosa di strano nell’idea della multilocalizzazione e nell’idea degli estesi semplici. Com’è possibile che un oggetto abbia più di una localizzazione esatta nella medesima dimensione? Inoltre, com’è possibile che un oggetto sia esattamente localizzato in una regione estesa e divisibile in sottoregioni, senza essere esso stesso divisibile? Se vogliamo salvare queste intuizioni, è allora necessario far saltare l’assunto locazionista e sposare la tesi che l’esistenza temporale degli oggetti è una relazione composta e mediata dagli eventi. Dobbiamo dunque scegliere la teoria trascendentista dell’esistenza temporale.

Avendo esposto per sommi capi la proposta di Costa e la sua applicazione al dibattito contemporaneo, mi permetto di valutare alcuni aspetti della teoria trascendentista dell’esistenza temporale. In sede critica Costa giustamente sottolinea l’aderenza di questa teoria alle nostre intuizioni, il che sembra essere il vantaggio fondamentale di questa teoria nei confronti delle altre. Inoltre, essa ha il vantaggio di essere compatibile con tutte le più importanti teorie del tempo, e con tutt’e tre le teorie della persistenza (p. 138). Mi sembra che però vada sottolineata in particolare la nuova possibilità, per i filosofi più vicini al senso comune, di difendere l’endurantismo. Addirittura il trascendentismo sembra catturare al meglio l’intuizione endurantista secondo cui vi sarebbe una fondamentale asimmetria tra gli eventi e gli oggetti nel loro modo di persistere. Secondo questa teoria, l’asimmetria è da ricondurre fondamentalmente ai due modi di esistere nel tempo di oggetti ed eventi.

Infine vale la pena affrontare due questioni che rimangono aperte nel testo. Per primo si deve cercare di esplicare al meglio il rapporto tra oggetti ed eventi. Secondo Costa, abbiamo detto, esistere nel tempo significa per un oggetto partecipare ad eventi localizzati essi stessi nel tempo. Ma come bisogna trattare la relazione di partecipazione? Peter Simons (“The Thread of Persistence”, in Christian Kanzian (a cura di), Persistence, Ontos Verlag, Frankfurt, 2007) si è lamentato dell’endurantismo poiché tende a considerare la relazione tra l’oggetto e l’evento usando una relazione primitiva di “partecipazione” o di “coinvolgimento”. Secondo Costa, è possibile definire questa relazione in termini di grounding (p. 131), cioè di dipendenza ontologica. La proposta è che gli eventi dipendano dagli oggetti per quanto riguarda la loro esistenza simpliciter, ma non per quanto riguarda l’essere nel tempo. Un oggetto x partecipa ad un evento e se e solo se è dipendente ontologicamente da x. Tuttavia, la domanda che ci si dovrebbe porre in questo caso, è se la relazione tra un oggetto ed un evento sia totalmente catturata dalla dipendenza ontologica. Sembra che invece ci sia qualcosa di più. Non è sufficiente dire che un evento esiste perché esiste l’oggetto per catturare il legame tra essi, che sembra essere molto più ricco. Forse c’è dunque qualcos’altro che non è pienamente analizzabile. Un suggerimento potrebbe essere quello di tornare a considerare la relazione di partecipazione come primitiva.

In secondo luogo è interessante in una prospettiva storica indagare le origini del transcedentismo. Bas Van Fraasen (An Introduction to the Philosophy of Time and Space, Columbia University Press, New York, 1970) suggerisce che questa tesi sia attribuibile sia ad Aristotele che a Leibniz. Mi limito ad alcune osservazioni su Aristotele. Per quanto riguarda Aristotele è possibile fare una ricerca in tal senso considerando il complesso ma interessante fenomeno delle unità accidentali. Recentemente, è stato notato da diversi studiosi che Aristotele comprende nella sua ontologia non solo le sostanze ma anche le unità accidentali, dove per “unità accidentale” si intende il complesso “sostanza-accidente”. L’esempio che si cita solitamente è quello di Metafisica V, 6, dove Aristotele parla dell’unità accidentale “Corisco-Musico”, di cui fa parte la sostanza “Corisco”, unita alla proprietà accidentale di “essere Musico”; le unità accidentali potrebbero anche corrispondere a quello che secondo categorie moderne chiameremmo “eventi”. A partire da questo è possibile affermare, come hanno fatto alcuni, che Socrate persiste entrando successivamente a far parte di diverse unità accidentali presenti in tempi diversi. Jeffrey Brower (“Aristotelian Endurantism”, Mind 119, 476 (2010):883-905), ad esempio, ha tentato di difendere un “endurantismo aristotelico” inferendo l’identità tra la sostanza e l’unità accidentale, tanto a livello sincronico che diacronico. A me sembra invece che sia più aristotelico pensare che vi sia una medesima sostanza con degli accidenti diversi. E se gli accidenti sono in relazione con il tempo, allora forse questa tesi è vicina al trascendentismo di matrice endurantista. Tutto questo andrebbe indagato con testi alla mano, e Costa stesso ha già a più riprese dimostrato l’interesse di coniugare la metafisica del tempo con la storia della filosofia.

Esistenza e persistenza è comunque un libro che, discutendo di molti problemi e facendo discutere, è destinato a rimanere a lungo tra i testi significativi del dibattito contemporaneo.