Recensione Jacques Derrida. «Justices», Silvia Dadà (cur. e tr.), Edizione ETS, Pisa 2019 PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni ETS   
Domenica 26 Gennaio 2020 18:55

Jacques Derrida «Justices», Silvia Dadà (cur. e tr.), ETS (serie Philosophica), pp. 72.

 

Come si evince dall’interessante introduzione che ella fa precedere al testo di Derrida, la scelta di Silvia Dadà di dedicare i suoi sforzi alla realizzazione della prima traduzione italiana di «Justices» non è fondata, almeno in prima istanza, sulla ricerca di un’erudizione filologica e panoramica circa i testi dell’autore. Non di meno, ciò non significa che questo lavoro sia scaturito da un interessamento accidentale o fortunoso per Derrida: la traduzione, semmai, appare come il culmine di un entusiasta eppur serrato corpo a corpo con la filosofia dell’autore, portato avanti allo scopo di conquistare nel cuore della sua opera – a vantaggio proprio come del lettore – una roccaforte privilegiata da cui guardare con sguardo risolutivo all’altrimenti labirintica estensione dei luoghi in cui si dirama il pensiero derridariano.  Nel saggio qui offerto in ragionata traduzione, infatti, Derrida realizza qualcosa di simile a un testamento spirituale dell’avventura decostruzionista che, guidandola al suo compimento, la riporta al contempo alle sue questioni iniziali e radicali, fornendone una perspicua introduzione.

Realizzando un monologo conclusivo eppur un rinnovato prologo per la filosofia dell’autore, il saggio permette infatti di individuare quelli che sono i caratteri fondamentali del “cammino di pensiero” che il decostruzionismo vuol essere. In primo luogo, esso non è niente di simile a una teoria circa la verità o a una visione del mondo, ma semmai un evento che realizza incessantemente la verità in una mai doma conversione del mondo stesso: esso non è, così, un qualcosa in cui l’umanità possa acquietarsi, ma semmai l’accadere che – ad ogni passo e sempre ancora – fa l’umano in ciascun essere-umano.  In secondo luogo, e proprio in quanto rivela la verità nel suo carattere d’evento sempre a-venire, la decostruzione è tutt’uno con una tensione soteriologica: in essa non si indugia in una cura di ciò che è, ma semmai si ricerca una visione radicale di quel che ha da venire e che, come tale, deve essere. Infine, nel suo congiungere la dimensione incarnata degli individui con quella generale dell’istanza di giustizia, la via della decostruzione è luogo per il realizzarsi di un’esemplarità che unisce particolare e universale, custodendo il segreto d’entrambi. La decostruzione è così l’opera dell’uomo – di più: di quest’uomo, con nome e cognome – eppur in essa si fa sempre l’opera di Dio.

 

 

Entrando nel merito effettivo del testo, «Justices» è la trascrizione di una conferenza tenuta da Derrida nel 2003 a Irvine, presso l’Università della California. L’occasione era quella di un colloquio organizzato per celebrare il lavoro e la persona di J. Hillis Miller: questi, pensatore il cui genio è principalmente rivolto all’analisi e alla critica della letteratura vittoriana, è da considerarsi come uno dei più autorevoli esponenti della così detta «Yale Critics», ovvero la scena della ricezione americana del pensiero decostruzionista. Non di meno, oltre che da questa attenzione e lealtà filosofica, Miller fu legato a Derrida da uno stretto rapporto di scambio, collaborazione e critica che, portato avanti sia in ambito accademico che nella corrispondenza epistolare, generò fra i due una vera amicizia. Proprio in virtù dell’eccezionalità di questa relazione, l’accorato ricordo che Derrida riserva a Miller è al contempo una dettagliata considerazione teorica sull’opera e il destino del decostruzionismo, nonché un novero perspicuo di quei caratteri originari che, prima che a un movimento filosofico, ineriscono a una tensione messianica che interpella essenzialmente l’uomo.

La vicenda di pensatore di Miller diventa preziosamente esemplificativa circa quella natura della filosofia decostruzionista che abbiamo poc’anzi ricordato: ricordando la storia dello stimato amico, Derrida fornisce un manifesto incredibilmente chiaro di quello che entrambi, con il loro pensiero, hanno inteso professare. Il discorso di Derrida si sviluppa così attorno a tre questioni cardine. La prima è quella dell’effettiva “conversione” di Miller alla causa della decostruzione: lungi dal riguardare la pubblica adesione a un certo indirizzo accademico, essa sarebbe inerente all’irrompere nella vita dell’uomo di un’esigenza già attiva e produttiva ben prima che egli guadagnasse familiarità con il lavoro di Derrida. In tal modo, si rivela il carattere esistenziale, di evento rivoluzionario, che è proprio della decostruzione: sorgendo dalle istanze della sua più propria individualità, essa inerisce ad un accadere che spinge l’uomo alla cura dei limiti e dei confini del linguaggio e, in tal modo, alla disfida verso il paradigma del pensiero onto-teologico. Da questo punto di partenza, poi, viene sviluppato l’argomento centrale del testo: quello che, a partire dalla messa in moto del concetto di verità, individua una tensione etica inestinguibile quale inessenziale essenza dell’impresa decostruzionista. Anche in questo caso, poi, l’equazione fra la decostruzione e la giustizia viene fondata nella sovrapposizione fra la figura del pensatore decostruzionista e quella dell’uomo giusto che coesistono nella vicenda incarnata di Miller.

Infine, il saggio si chiude con un effettivo ed interessante episodio di decostruzione. A partire dalla reminiscenza di un incidente biografico che riguardò la sua relazione con Miller, Derrida procede infatti alla decostruzione dell’occultato nome proprio dell’amico: Joseph. Attraverso il filo conduttore del tramandarsi di questo nome nella storia della letteratura, in una vivace esplorazione del testo biblico così come di alcune opere della scena mitteleuropea del Novecento, Derrida arriva a tematizzare l’ultima eppur prima questione della sua filosofia: quella del rapporto fra l’identità assolutamente individuale di ciascun essere-umano – il suo selftaste, per usare l’interessante terminologia del saggio – e l’imperscrutabile “sé” che appartiene, invece, a Dio.

Proprio questa tensione costitutiva dell’avventura decostruzionista, che mette in moto la verità verso la giustizia e pone l’uomo e Dio ancora una volta l’uno innanzi all’altro, è ciò che Dadà vede e trova nel testo di «Justices» e che, non di meno, presenta in traduzione al lettore italiano. In forza di tutte queste ragioni, la lettura del saggio restituisce al pensiero di Derrida tutta la concretezza che sovente non è ad esso accordata. Il testo risulta, in tal modo, uno strumento imprescindibile tanto per chi voglia per la prima volta inoltrarsi sul sentiero tracciato da Derrida che per chi, invece, desideri guardarsi indietro dopo averlo percorso.

 

 

di F. Del Bianco