CHRISTIAN B. MILLER, Questione di carattere. Quanto siamo realmente buoni?, tr. it. a cura di Maria Silvia Vaccarezza, Mimesis, Milano 2020 PDF Print E-mail
Written by Veronica Neri   
Saturday, 07 November 2020 14:20
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Michel Croce, University College Dublin

Chiedersi quanto siamo davvero buoni, da un punto di vista morale, significa porsi una domanda tanto essenziale quanto pericolosa, specie per un lavoro che ambisce a rendere una risposta filosofica, ma psicologicamente informata, accessibile al grande pubblico. La domanda è essenziale perché riguarda ciascun essere umano, a prescindere da quanto tempo si voglia dedicare ad una riflessione sulla nostra condotta morale. È altresì pericolosa perché tratta un tema talmente centrale nella nostra antropologia da venire spesso maneggiata goffamente da personaggi privi di scrupoli e competenze, pronti a rabberciare qualche risposta preconfezionata o a inventarne di bizzarre.

Christian Miller ha l’indubbio vantaggio di essere una delle figure più titolate ad affrontare questo lavoro, data la sua ormai più che decennale esperienza da professore di filosofia (alla Wake Forest University) e direttore del Character Project, un grande progetto pluriennale di studio del carattere da una prospettiva interdisciplinare e attenta ad ancorare qualsiasi considerazione di carattere normativo su fondamenta empiricamente – cioè psicologicamente – solide. Il tentativo di rendere i suoi decennali studi accessibili ad un lettore non avvezzo a saggi di filosofia e psicologia è del tutto riuscito. Come giustamente nota James K. A. Smith nella quarta di copertina dell’edizione in lingua inglese, il lavoro di Miller riesce a dirci qualcosa di interessante e soprattutto utile per la nostra vita morale senza scadere nel fai-da-te filosofico o psicologico. Come ogni lavoro davvero interessante, anche questa indagine offre qualche motivo di perplessità in merito alle tesi che propone: pertanto, dopo averle riassunte, farò alcuni brevi cenni ad un paio di aspetti problematici di un lavoro – mi sia consentito ribadirlo – estremamente utile e originale.

 

 

Il libro sostiene tre tesi centrali, sviluppate nelle tre rispettive parti del lavoro. Nella prima parte, dopo aver definito la nozione di carattere e spiegata la relazione tra bontà morale, vizi e virtù (capitolo 1), viene difesa la tesi che abbiamo ragioni per tentare di diventare più buoni di come siamo, cioè di coltivare la virtù e allontanarci il più possibile dal vizio. Miller ne individua quattro in particolare nel capitolo 2: innanzitutto, una ragione prettamente emotiva, legata all’ammirazione che naturalmente proviamo di fronte ad individui esemplari – di cui, nel corso dell’indagine, abbondano esempi reali e immaginari (più o meno appropriati) – e che, secondo l’autore, sarebbe sufficiente a motivare il nostro bisogno di migliorarci sul piano morale. La seconda ragione per cercare di perfezionarsi è che la presenza di persone buone migliora il mondo in cui viviamo: se riuscissimo ad essere tali, quindi, sarebbe probabile che la nostra vita e quella di chi incontriamo sul nostro cammino ne trarrebbe beneficio, sul piano morale ma anche sul piano delle decisioni pratiche. La terza ragione riguarda quanti si riconoscessero in una religione: secondo Miller, infatti, i credenti avrebbero un ulteriore motivo di diventare persone migliori, legato al fatto che la loro divinità probabilmente desidererebbe che gli esseri umani abbiano un buon carattere. Infine, perseguire la virtù gratificherebbe la nostra vita in quanto potrebbe costituire una fonte di gioia, da una parte, e un modo efficace per tenersi lontani da certe situazioni moralmente complesse ed emotivamente difficili – in sostanza, dalla tentazione di compiere azioni immorali. Per quanto interessanti, le ragioni addotte da Miller potrebbero meritare un surplus di argomentazione: tuttavia, essendo parte di un progetto principalmente divulgativo, è comprensibile che l’autore faccia appello alle intuizioni del lettore per circostanziare una tesi con cui molti, al di là degli argomenti offerti in questo libro, potrebbero trovarsi d’accordo.

La seconda tesi centrale del libro è che la maggior parte delle persone non sia né troppo buona né troppo cattiva, cioè che molti di noi non abbiano né virtù ne vizi. Dal momento che la tesi in questione ingloba una componente normativa, relativa alla valutazione della moralità degli esseri umani, e una componente descrittiva, ovvero il tentativo di fotografare l’attuale condizione morale delle persone, Miller ricerca adeguato supporto empirico in una serie innumerevole di studi psicologici, concentrando la sua attenzione su quattro particolari azioni moralmente significative: aiutare, danneggiare, mentire e imbrogliare. In ciascuno dei capitoli dedicati a una di queste azioni (capitoli 3-4-5-6), Miller spiega in maniera puntuale – ma davvero accessibile anche ad un lettore inesperto – come le ricerche psicologiche dimostrino che una stessa persona è capace tanto di comportamenti morali eccellenti quanto di azioni moralmente spregevoli, a seconda delle situazioni in cui si viene a trovare e dei motivi che la animano. Data la complessità del nostro carattere, Miller conclude la seconda parte del suo lavoro (capitolo 7) rilevando che “siamo molto meglio di quanto potremmo essere, ma anche molto peggio di quanto dovremmo” (p. 159).

La terza ed ultima parte del lavoro è dedicata ad una disamina delle possibili strategie per migliorare il nostro carattere e si regge sulla tesi fondamentale secondo cui intervenire è tanto necessario quanto complicato alla luce delle risorse di cui disponiamo. Il capitolo 8 illustra sinteticamente alcuni atteggiamenti possibili ma dalla (presunta e, solo in parte discussa) scarsa efficacia: si tratta dell’idea di non fare nulla e sperare in un ‘magico’ miglioramento del carattere dato dalla maggiore esperienza che si acquisisce con l’avanzare dell’età; dell’idea di attribuire virtù anche a chi pensiamo che non la possieda nel tentativo di generare nell’interlocutore l’impegno a migliorarsi; e dell’idea di fare appello alle strategie di nudging in campo morale, giocando sul filo della violazione dell’autonomia individuale per provare a stimolare una qualche forma di progresso morale.

Secondo Miller, è ragionevole riporre maggiori speranze in altri tipi di strategie (capitolo 9): innanzitutto, l’emulazione di modelli moralmente esemplari, da ricercare tanto nella vita concreta delle persone quanto nelle narrazioni storiche o immaginarie; secondariamente, mantenendosi il più lontani possibile dalle situazioni che ci espongono al rischio di compiere azioni immorali, attraverso la strategia del pre-impegno (pre-commitment strategy); infine, educando le persone a riconoscere le situazioni problematiche e a mettersi nelle condizioni di riflettere su come gestire tali situazioni.

Da ultimo, nel capitolo 10 Miller dedica alcune considerazioni alla prospettiva morale di chi si riconosce nella religione cristiana, tentando di mostrare che per queste persone il dovere di migliorarsi risponde ad un desiderio divino, che i riti e le pratiche tipiche del cristianesimo offrirebbero occasioni di esercitare i tratti migliori del proprio carattere e che, in ultima istanza, i cristiani avrebbero la fortuna di poter contare sul sostegno di una comunità ricca di modelli da imitare e sul possibile intervento divino per mano dello Spirito Santo.

Oltre ai pregi generali già menzionati (originalità, accessibilità e centralità dei temi trattati), questo lavoro si fa apprezzare anche per l’onestà intellettuale che Miller dimostra nell’analizzare sia la valenza degli studi psicologici discussi nella parte centrale del libro sia il limite principale delle considerazioni che offre nella terza parte, cioè l’assenza di un adeguato supporto empirico per le strategie di miglioramento morale che propone, motivate quindi sulla base di considerazioni quasi esclusivamente teoriche. A questi pregi si affiancano due aspetti potenzialmente problematici che è opportuno sottoporre all’attenzione dei lettori di questa rivista. Il primo costituisce una nota di cautela nei confronti del lettore. Se, con questo libro, Miller riesce a soddisfare il palato di un pubblico interessato alla moralità ma poco avvezzo alle ricerche filosofiche e psicologiche, nel lettore informato sorgerà presto il desiderio di confrontarsi con argomenti più robusti ed evidenze empiriche più solide. Sarebbe una critica, se non fosse che Miller può offrire quello di cui questo lettore ha bisogno in altri lavori, decisamente più tecnici, quali ad esempio Moral Character: An Empirical Theory (2013) e Character and Moral Psychology (2014).

Il secondo aspetto problematico riguarda il peso e la posizione delle considerazioni di carattere religioso all’interno del lavoro. Se non disturba affatto riconoscere che le persone dotate di una sensibilità religiosa possano trovare in essa ragioni particolari per migliorare il loro carattere, dedicare il capitolo conclusivo alle possibilità di miglioramento morale rese possibili dalla fede cristiana può lasciare perplessi tanto i lettori che si riconoscono in questa religione quanto quelli che hanno fedi diverse o nessuna particolare predisposizione per la sfera religiosa. Ai primi, cioè i cristiani, queste considerazioni potrebbero sembrare frettolose, poiché legate a questioni troppo importanti per essere aggiunte a chiosa di un lavoro che, sino all’ultimo capitolo, parla a tutti e a tutti dice qualcosa di significativo. A coloro che non si riconoscono nel cristianesimo, invece, il capitolo suonerà probabilmente bizzarro: forse i religiosi non-cristiani potranno trovare spunti di confronto tra ciò che Miller sostiene a proposito del cristianesimo e le loro religioni, ma chi non professa una fede religiosa dovrà rassegnarsi ad accettare che agli altri sono riservate maggiori opportunità di miglioramento morale.

Al di là di poche, inevitabili, note critiche, il libro di Miller costituisce un sapiente, realistico e quanto mai opportuno tentativo di guidare il grande pubblico nella riflessione sul carattere morale, su ciò che già facciam