La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale, PDF Stampa E-mail
Scritto da Veronica Neri   
Domenica 14 Marzo 2021 20:42

E. Pulcini, La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale, Bollati Boringhieri, Torino 2020, pp.297

La scelta di riproporre oggi La cura del mondo, edito la prima volta nel 2009, appare particolarmente adeguata vista l’attualità, forse oltre le aspettative stesse, di questo testo. La «forza dell’evento» pandemico, infatti, ben si presta a un’interpretazione in continuità rispetto alle analisi proposte da Elena Pulcini. Questa constatazione non deve essere intesa come segno di una prevedibilità dell’eccezionale situazione in cui ci troviamo, quanto piuttosto ci permette di inquadrarla in una più ampia interpretazione della realtà che ci circonda, il che è anche il primo passo per cercare di cambiarla.

Ciò che l’autrice ci presenta è uno sguardo su quello che potremmo definire, parafrasando Freud (riferimento assai presente nell’opera), il disagio della civiltà globale, in cui si assiste al paradosso di un mondo in cui i fenomeni sono sempre più interconnessi e assimilati in un’unica grande unità omologata e insieme proliferano realtà locali e frammentarie e refrattarie all’omogenizzazione. Nell’ambivalenza di locale e globale, resa sempre più evidente dallo sviluppo tecnologico che cambia la concezione spazio-temporale del mondo e del soggetto stesso, si acuisce la necessità dell’affermazione dell’Io e insieme il suo bisogno di legame sociale. È proprio da questa doppia esigenza che l’autrice parte per cominciare la sua diagnosi di quelle che definisce come vere e proprie «patologie» che affettano sia l’Io che la comunità, ma anche, nello specifico, le emozioni e i sentimenti che si modificano e degenerano rispetto alla modernità diventando inefficaci e sterili. Questa psicopatologia delle comunità e questa analisi dell’Io, per rimanere sempre in tema freudiano, che occupano la prima parte del testo, ci guidano in una disamina dei tratti caratteristici di una realtà assolutizzata, in cui da un lato l’individualismo sfrenato conduce a una chiusura solipsistica del soggetto e dall’altro lo conduce in modo speculare al rifugio immunitario in comunità fusionali e violente.

In seno all’idea di soggetto moderno, nozione cardine che ha reso possibile le conquiste dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’autrice scorge la relazione con gli eccessi dell’Io postmoderno.  Se ancora l’homo oeconomcus e prometeico di ascendenza smithiana e hobbesiana univano l’esigenza di sicurezza economica e politica all’esercizio del potere sul mondo e sull’altro al fine di limitare il rischio e di salvaguardare la pacifica sopravvivenza, questo equilibrio salta in epoca contemporanea. L’apertura di possibilità infinite e il superamento dei confini diventano l’obiettivo di un Io Narciso, egoriferito e che rompe il legame sociale a favore di un isolamento nell’autorealizzazione. Questo processo degenerativo è ricondotto da Pulcini al fenomeno della «illimitatezza» dell’Io globale, sia nel suo senso di ricerca di illimitate possibilità, rese sempre maggiori dall’evolversi della tecnica e del consumismo; sia nel senso di una crescente incertezza, dovuta alla stessa perdita dei confini della soggettività moderna. Quello globale, quindi, è un Io spettatore, creatore e consumatore: paralizzato di fronte alle sue stesse capacità, fruitore passivo di ciò che il mercato gli propone e gli impone, incapace di agire attivamente per riprendere le redini di un mondo ormai in preda a eventi di dimensione totale (pandemie, disastri ecologici, mondo virtuale), ma insieme ribelle di fronte alla sua inadeguatezza, creatore di una seconda natura che rischia di distruggerlo e di annientare l’umanità intera.

 

 

A questa voracità dell’Io nei confronti del reale si affianca in modo solo apparentemente ossimorico la ricerca di aggregazione in comunità, al fine di opporsi sia alla globalizzazione assimilativa che ai tentativi escludenti. Per quanto l’autrice non manchi di sottolineare la necessità di una differenziazione tra casi specifici e positività di una reazione di recupero del valore comunitario contro gli eccessi individualistici, così come la legittimità del riconoscimento delle minoranze, anche in questo caso l’esito è nella maggior parte dei casi patologico. La comunità diventa infatti il luogo stesso della discriminazione, del rifiuto dell’altro, attraverso meccanismi di immunizzazione e conflitto identitario in cui la differenza perde la sua forza emancipatoria.

Nella trappola di questa «forbice schizofrenica» tra un Io e un Noi assoluti, anche le emozioni cambiano i propri connotati. In particolare la passione hobbesiana per eccellenza, la paura, si modifica sensibilmente comportando importanti conseguenze esistenziali. Nel secondo capitolo, dedicato a questo tema, ci viene presentata un’interessante ricostruzione della sua evoluzione: da un suo senso produttivo (il contratto sociale infondo è “figlio della paura” per la sopravvivenza degli individui), essa finisce per diventare simile al panico. La vertigine di fronte al dispiegarsi delle possibilità umane, l’accrescere dei pericoli collegati (sino alla distruzione della stessa esistenza umana), non conducono l’uomo a un cambio di rotta, a una presa in carico del suo agire per salvarsi e salvare il suo mondo; bensì lo portano a elaborare meccanismi di difesa e protezione quali diniego e proiezione. A differenza dell’angoscia, protagonista delle analisi freudiane e heideggeriane, priva di oggetto e indeterminata nella sua origine, la «paura globale», come la chiama Elena Pulcini, conosce chiaramente gli oggetti a cui è rivolta: la tecnica e l’altro. Più che di indeterminazione dell’oggetto si dovrebbe piuttosto parlare di illimitatezza di esso, poiché da un lato le catastrofi ecologiche e i rischi legati al mondo dell’informatica e del mercato virtuale si ampliano giorno per giorno; così come la sempre maggior irruzione dell’altro nella nostra realtà più prossima non permette più di scacciarne la minaccia. È così che in modo sempre più evidente si rifiuta di accettare l’esistenza stessa del problema (si pensi al caso della pandemia, definita per molto tempo come “una semplice influenza”) oppure di attribuirne al diverso la colpa, attivando dinamiche sacrificali (sempre nel caso del Covid-19 ricordiamo l’iniziale paura e odio per gli orientali così come altre forme di complottismo). Questo impoverimento del potenziale produttivo della paura è da attribuirsi secondo l’autrice, che recupera in modo proficuo la proposta di Günther Anders e Hans Jonas, al particolare rapporto con il futuro dell’uomo di oggi. La conoscenza delle conseguenze spesso catastrofiche del nostro agire, infatti, non va di pari passo con un sentire adeguato, così che non è possibile far seguire alla consapevolezza un agire pratico.

Quale cura a queste malattie dell’età globale? La risposta, per quanto apparentemente tautologica, è che la cura è proprio la cura. Con il terzo capitolo si apre la parte costruttiva del lavoro, concentrata proprio sui concetti di responsabilità e cura, attraverso il dialogo con vari autori e prospettive filosofiche, tra cui (oltre ai sopracitati Anders e Jonas) Emmanuel Levinas, Judith Butler, le pensatrici statunitensi dell’ethics of care, ma anche Jean-Luc Nancy e Hannah Arendt.

È innanzitutto necessario, per trovare una via di scampo a questa realtà patologica, recuperare una nuova idea di soggetto, che sappia vivere emozioni in modo nuovo e che costruisca nuove forme di comunità. Il soggetto a cui Pulcini pensa è quello relazionale, che non teme più la vulnerabilità (propria, del mondo e dell’altro), bensì la pone alla base del proprio agire. Siamo tutti fragili, e ci scopriamo tali di fronte alla «forza dell’evento», che sia l’11 settembre su cui riflette Butler o una catastrofe naturale, o una pandemia come oggi. Proprio di fronte a questo proliferare di fenomeni, spesso interconnessi e di portata sempre più estesa, ci scopriamo dipendenti ed essenzialmente legati l’uno all’altro nella responsabilità. Con forti echi levinasiani, questa responsabilità non è più riducibile alla semplice imputabilità, bensì legata all’originaria risposta alla richiesta d’aiuto e di riconoscimento dell’altro. Senza annullare la necessaria distanza tra singolarità, conducendo nuovamente a assimilazioni o a comunità fusionali, ciò che deve essere valorizzato è piuttosto la contaminazione che la presenza dell’altro, da intendersi come differenza, rende possibile. Affinché questa vulnerabilità dell’Io e dell’altro in relazione non si limiti ad essere constatata, ma diventi piuttosto una motivazione all’agire, è necessario che essa venga associata a una riattivazione del valore produttivo della paura. Accorciando quel dislivello tra conoscere e sentire, soprattutto grazie alla facoltà dell’immaginazione, l’uomo può infatti presagire le drammatiche conseguenze della sua attitudine titanica e può quindi porsi da solo quel limite che aveva pensato di poter superare senza rischio. A questo tentativo di attivazione del pensiero relazionale contribuiscono nell’architettura proposta dall’autrice le considerazioni riguardo alla cura, rifacendosi esplicitamente alle riflessioni di Carol Gilligan e Joan Tronto. La cura, in quanto vera e propria pratica, permette di superare lo spazio teorico in direzione di un’applicazione concreta, contestuale, che salvaguarda l’unicità di ogni singolo individuo o essere vivente riconoscendo l’universale bisogno di tutela e accudimento.

Se questa è la cura al disagio del presente, tuttavia ancora un passo sembra necessario, ossia quello di un «nuovo inizio», richiamando Arendt. L’immaginazione, oltre ad avere lo scopo deterrente di aprire scenari distopici, ha la valenza positiva di disegnare un futuro nuovo, così da direzionare l’agire umano non soltanto alla sopravvivenza ma alla costruzione, o, nancyanamente, alla creazione di un mondo che abbia il suo senso nella relazione stessa tra enti, uniti e insieme divisi nel loro toccarsi ed esporsi l’un l’altro.

Questo, complessivamente, il quadro di un testo che riesce a posizionarsi nell’urgenza del presente sapendo recuperare in un dialogo proficuo numerose voci del passato filosofico. Nella sua circolarità e completezza, Elena Pulcini ci mostra i rischi e le chances dell’età globale, lasciando tuttavia spazio al sorgere di alcune questioni che sembra lasciare aperte: il problema sta nelle categorie moderne in cui si scorge il germe delle degenerazioni future oppure questa apertura di possibilità giustifica la stessa situazione presente? Dobbiamo o meno essere grati a questo mondo così com’è oggi a causa delle possibilità di cambiamento che apre o forse accettare il fallimento degli stessi presupposti filosofici da cui deriva che ci hanno condotto fin qui? Quanto radicale deve essere questo ripensamento della realtà? Era necessario distruggere il mondo per ricostruirlo? Il senso di quest’ultimo sta forse nella pluralità delle risposte.

 

 

Silvia Dadà