Critica della ragione medica PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Fabris, Francesco Paolo Ciglia   
Martedì 21 Giugno 2011 10:29

Copertina 2011-1Fin dai suoi primi numeri la linea editoriale della rivista «Teoria» è stata caratterizzata non solo dall’intenzione di approfondire momenti specifici della storia del pensiero, quali potevano illuminare alcuni aspetti del dibattito filosofico del presente, ma soprattutto dal desiderio di utilizzare l’approccio filosofico per definire, chiarire e fondare, nelle loro condizioni di possibilità, vari ambiti di pratiche umane. Sono stati perciò affrontati – solo per rimanere agli argomenti discussi nella terza serie – i problemi dovuti alla trasfigurazione del concetto di ‘identità’ nel panorama contemporaneo, le questioni etiche sollevate dall’utilizzo delle nuove tecnologie, il nesso fra democrazia, appartenenza e valori. Tutto ciò ha declinato in maniera specifica quell’idea di filosofia come “filosofia di”, cioè come indagine criticamente aperta a ciò che viene offerto dall’esperienza, che ha ispirato fin dalle sue origini il progetto culturale della rivista.

 

Proprio nel contesto di quest’esperienza, che ciascuno di noi può fare, uno dei temi che risultano maggiormente bisognosi e suscettibili di urgente riflessione è quello che riguarda la dimensione delle pratiche mediche. Gli sviluppi tecnologici che hanno aumentato enormemente le possibilità di successo degli interventi e delle cure, il diffondersi, almeno in Occidente, di un’idea di prevenzione dai contorni sempre meglio definiti, l’acquisito potere degli esseri umani sulla qualità della propria vita e sulle condizioni della propria morte hanno sicuramente cambiato, anche a livello pubblico, la percezione delle discipline biomediche. Tuttavia a queste trasformazioni non sempre si è accompagnata l’effettiva consapevolezza dei criteri di fondo ai quali è necessario far riferimento per orientarsi nell’uso di tali tecniche e per comprendere i limiti del loro utilizzo. Anzi: sempre più forte sta risultando il rischio di praticare determinati tipi d’intervento semplicemente perché sono a disposizione, accogliendo ciò che viene offerto dal semplice fatto del loro sviluppo e adeguandosi ad esso in maniera acritica.

 

Tutto ciò ingenera una crescente sensazione di disagio, che l’indagine filosofica ha ben presto avvertito. Ne fanno fede le numerose pubblicazioni che, di recente anche in lingua italiana, sono state edite sull’argomento e di cui il presente volume di «Teoria» dà conto con un apposito contributo conclusivo scritto da Loreta Risio. Ma lo attestano altresì altre occasioni importanti di riflessione interdisciplinare: come ad esempio quella offerta da alcuni anni dalla rivista «L’Arco di Giano».

Più precisamente, però, in questa situazione sono tre gli apporti che un riferimento alla prospettiva filosofica può senz’altro fornire anche riguardo ai nuovi sviluppi delle pratiche biomediche. Si tratta anzitutto di ripensare le condizioni della malattia e della cura, e si tratta di farlo considerando tali fenomeni non più, solamente, come qualcosa che si ricollega a determinate procedure, le quali possono essere più o meno definite in forme standard. Bisogna invece riportare queste condizioni al terreno delle relazioni interumane, caratterizzate da specifiche modalità comunicative e da quella particolare forma di triangolazione che lega il paziente, il medico e gli strumenti della cura. Ma prima ancora è necessario fondare nelle sue condizioni di possibilità e nella sua legittimità questo specifico approccio. È urgente elaborare, in altre parole, una critica della ragione medica. I primi tre contributi del presente numero, dovuti a Bernhard Casper, a Sandro Spinsanti e a Ivan Cavicchi, si sforzano di avviare, ciascuno da una prospettiva differente, ma in convergenza reciproca, una riflessione nella direzione appena indicata.

Questa riflessione, tuttavia, non riesce ad avere un’effettiva incidenza sulla realtà concreta a cui si riferisce, senza un’indagine sulle motivazioni di fondo, anche di carattere etico, che spingono ad adottare determinate pratiche. L’indagine in questione non può risolversi in una deontologia astratta o, all’opposto, nell’indicazione di semplici prescrizioni per un comportamento che possa essere ritenuto corretto. Essa dovrà concretizzarsi in una riflessione critica e autocritica a tutto campo sulle diverse dimensioni della prassi medica, una riflessione che dev’essere elaborata da chi è coinvolto in questa prassi in forma, per così dire, militante, o in prima persona. I contributi di Carlo Ciglia, di Renzo Marcolongo in tandem con Leopoldo Bonadiman, e di Simonetta Marucci, da decenni impegnati concretamente nella «trincea» della prassi sanitaria, si muovono tutti all’interno dell’orizzonte problematico appena evocato.

La critica della ragione medica che si cerca qui di avviare va sviluppata, tuttavia, non solamente sul piano della riflessione teorica, ma anche al livello dell’indagine storica. C’è da mostrare, infatti, come già in passato, pur a fronte di capacità tecnologiche meno invasive, gli stessi problemi si sono presentati e sono stati affrontati in maniera originale. Bisogna cioè che non manchi, all’interno del progetto che viene qui delineato, una specifica sezione di approfondimento di ciò che in precedenza, nella storia del pensiero, è stato guadagnato. A questo approfondimento sono dedicati i contributi di Paolo A. Masullo, Dieter Janz, Rainer-M.E. Jacobi, Hartwig Wiedebach, Oreste Tolone, Virgilio Cesarone, Maria Teresa Russo. Il contributo di Simona Gasparetti Landolfi batte poi il sentiero speciale, negli ultimi anni sempre più frequentato, dove si incontrano ed entrano in sinergia letteratura e medicina.

Riflessione critica, indagine etico-motivazionale, approfondimento storico: tutto ciò è quanto cerca di proporre questo volume di «Teoria». Lo fa avvalendosi di contributi provenienti soprattutto dalle aree linguistiche tedesca e italiana. Lo fa mettendo assieme riflessioni di filosofi e di operatori del settore, che colgono qui l’opportunità di discutere sul senso della propria attività. Lo fa offrendo uno spaccato del dibattito sull’argomento che si è svolto nel Novecento – in particolare in Germania, in Spagna e in Italia – e che continua a svolgersi in varie parti del mondo. In tal modo la parola ‘interdisciplinarità’ si riempie davvero di contenuto. E si rivela – ce lo auguriamo – lo strumento per promuovere anche in quest’ambito pratiche buone.

 

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