Su: Alice Pugliese, Unicità e relazione PDF Stampa E-mail
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Martedì 21 Giugno 2011 15:27

Alice Pugliese, UNICITÀ  E RELAZIONE. Intersoggettività, genesi e io puro in Husserl, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2010, pp. 468.

Dopo essersi affermata come una delle correnti di pensiero più influenti ed importanti della filosofia del Novecento, la fenomenologia non può certo essere considerata oggi un pensiero in dissolvimento; la profondità e complessità delle analisi del suo fondatore, Edmund Husserl, offrono infatti tuttora non solo l’opportunità di confrontarsi con le straordinarie riflessioni di questo filosofo, ma anche la necessità di proseguire questo pensiero estendendolo ad altri ambiti dell’esperienza.

Il fenomeno dell’intersoggettività, della relazione con altri, è attualmente uno dei temi di ricerca più stimolanti, non solo in campo filosofico o sociologico, ma anche in ambito scientifico grazie alla scoperta dei “neuroni specchio” ed il conseguente estendersi dell’interesse per il fenomeno dell’empatia nel campo delle neuroscienze e della cosiddetta neurofenomenologia; l’indagine fenomenologica offre infatti importanti strumenti ed osservazioni per avvicinarsi al problema pratico-gnoseologico dell’alterità e della corporeità. Non va allora dimenticato che proprio il tema dell’intersoggettività ha occupato intensamente Husserl per almeno tre decenni, gli ultimi, della sua vita. Solitamente punto centrale e fondamentale della tematica è considerato la Quinta meditazione cartesiana, dimenticando che questa condensa in non molte pagine una quantità enorme di indagini e problematiche, di cui possiamo avere una visione complessiva considerando l'intero Nachlass e, in particolare, i tre grandi volumi della Husserliana dal titolo Zur Phänomenologie der Intersubjektivität (Husserliana XIII, XIV, XV).

A questo materiale attinge il recente volume di Alice Pugliese, segnalatasi già con un precedente lavoro quale importante studiosa di Husserl, per analizzare e ricostruire il tema dell’intersoggettività nel fondatore della fenomenologia. Il volume si divide in due parti: la prima analizza testi compresi tra il 1905 ed i primi anni Venti, mentre la seconda copre il periodo che giunge agli anni Trenta, in cui si afferma un approccio genetico di ricerca.

Il primo capitolo prende in esame il concetto di individuazione, sulla base dei primi testi dedicati da Husserl all’esperienza dell’estraneo, che amplia peraltro l’indagine già presente nelle Lezioni sulla coscienza interna del tempo: affinché possa darsi il fenomeno dell’intersoggettività occorre che il flusso di vissuti non sia un caotico fluire privo d’unità, ma si sedimenti in un Io costante, individuato. Il fatto che un rapporto intersoggettivo possa darsi solo sulla base di ego individuati mostra anche il distanziarsi di Husserl dalle Ricerche logiche, in cui appare una “fenomenologia senza io”, priva di centralità egologica. Molto importante, sempre all’interno del primo capitolo, è l’analisi del concetto di doppia riduzione svolto nelle lezioni del 1910/11,  Grundprobleme der Phänomenologie: se possiamo inizialmente compiere la riduzione all’esperienza puramente immanente, “non-naturale”, possiamo allora operare una riduzione ulteriore di un singolo vissuto o di un oggetto intenzionale di questa stessa esperienza. Da qui emerge che ogni atto di presentificazione, come quello empatico o rimemorativo, ha in sé un “indice di soggettività”; attraverso la doppia riduzione possiamo attuare una riflessione non solo nel ricordo –osservando come un “altro io sempre mio” funga da “io-del-ricordo”, bensì anche una «riflessione interna ai vissuti di un altro io, come si danno nell’Einfühlung» (p.79). Tuttavia, a differenza che nel ricordo, nell’empatia l’Io-altro non può mai raggiungere la coincidenza col “mio-proprio”, e tale irriducibilità apre il campo intersoggettivo. Questa è un’acquisizione fondamentale, in quanto mostra come all’interno della coscienza un vissuto empatizzato e l’esperienza a cui questo appartiene propriamente non possono uguagliarsi: è necessario che si dia effettivamente un Io-fenomenologico-altro, quindi una pluralità di soggetti.

 

Il secondo capitolo prosegue in qualche modo il filo conduttore dell’individuazione, presentando inizialmente il concetto di Io-trascendentale quale dimensione egoica guadagnata attraverso l’epoché, che apre il campo dei puri vissuti oltre l’atteggiamento naturale. Dalla costituzione dell'Io individuato emergono le analisi sul fenomeno della riflessione: l’autoafferramento nella riflessione, in quanto avvenimento della sfera immanente, permette un afferramento di sé immediato, nell’autodatità. Tuttavia questa possibilità di autocoglimento implica a sua volta un campo antepredicativo che precede e permane costantemente nel perdurare degli atti dell’Io; si tratta di un «terreno pre-egologico ma offerto alla presa dell’io, [di] una trascendenza immanente che si sottrae originariamente al possesso della coscienza e la sfida ad un continuo riappropriarsi» (p.101). Husserl ricorre spesso al termine hyle per indicare questa estraneità in se stessi, questo campo passivo di non-apoditticità immanente, alterità-a-se-stessi fondamentale per l’apertura intersoggettiva, per il riconoscimento dell’altro soggetto effettivo trascendente.

Successivamente l’autrice mostra come, oltre all’Io trascendentale, anche la “monade” e la “persona” descritti da Husserl sono pur sempre modi della soggettività concernenti il medesimo Io fungente, modi dell’individuazione che si coappartengono anche se caratterizzati da differenti modalità: «l’io puro rappresenta il punto di unità dei vissuti e delle cogitazioni, la persona l’unità degli atti e la monade l’unità universale che abbraccia in sé l’intero degli atti intenzionali e insieme la Umwelt che questi mettono a tema» (p.21). Da questo punto di vista l’individuazione acquisisce un “valore intersoggettivo”; la descrizione dell’Io fungente, nella sua individuazione trascendentale, non chiude il soggetto in sé stesso bensì fornisce un terreno di possibilità per la comprensione dell’alter ego, comprensione che, fondata com’è su un terreno d’esperienza trascendentale, esclude ricadute nell’oggettivazione naturalistica. A partire da qui è possibile descrivere, sul piano statico, l’alterità come “ripetizione”, “rispecchiamento”, tentativo di raggiungere una coincidenza (Deckung) con l’estraneo, coincidenza che si ritrova primariamente ed originariamente nell’Io come unificazione identificativa delle sue variazioni. Va da sé che l’autocoincidenza differisce dall’eterocoincidenza, in quanto l’altro Io non può entrare nella mia sfera di identità. Viene altresì analizzata la nozione di “appaiamento” (Paarung) che, da un iniziale riferimento alla sfera gnoseologica della percezione e dell’associazione, diverrà come sappiamo un concetto fondamentale per la descrizione dell’intersoggettività, insieme a quella “sfera del proprio”, operante nella Quinta meditazione cartesiana. La particolarità della riduzione a questa sfera che esclude l’intenzionalità intersoggettiva, al fine di fondarne la stessa validità, è ben descritta dalla Pugliese: «la sua caratteristica è di ottenere pieno successo solo in quanto fallisce e viene revocata. Sospendere ogni validità intersoggettiva serve allora pienamente a svelare l’impossibilità di ogni solipsismo, la necessaria coappartenenza di mondo proprio e mondo condiviso» (p.157).

Nel terzo capitolo viene approfondita l’esperienza dell’estraneo attraverso l’analisi delle ricerche dei manoscritti che vanno dalla seconda metà degli anni Dieci all’inizio degli anni Venti, in cui emerge il tentativo di dispiegare, in tutta la sua complessità, una fenomenologia dell’empatia. Tema centrale è l’analisi del corpo (Leib) e della corporeità: proprio grazie all’originaria e assoluta immediatezza con cui faccio esperienza del “mio” corpo, il corpo altrui non viene inteso come semplice corpo-fisico, bensì corpo-carnale come il mio – tuttavia in un modo mediato e non originario -, portatore d’una individualità egoica analoga alla mia. Si stabilisce così una relazione di “somiglianaza” che lega il mio corpo e quello dell’altro; attraverso l’“espressione” del corpo estraneo posso “interpretarlo” esperienzialmente come portatore di una soggettività psichica, di un Io. L’ampia trattazione di queste tematiche mette così in luce il fondamentale radicamento dell’individuazione dell’Io nella corporeità.

Nella seconda parte la prospettiva si amplia attraverso la tematizzazione della fenomenologia genetica. Tuttavia non si deve compiere una netta separazione con le analisi precedenti dato che, come si afferma nell’introduzione al volume, fenomenologia statica e genetica operano insieme. L’intersoggettività è essenzialmente un fenomeno dinamico, e l’approccio genetico, assieme a quello statico, aiuta a dispiegare la complessità e dinamicità del fenomeno in tutta la sua portata. In questo modo emerge anche – con la cosiddetta svolta genetica - il tema della teleologia che, ancor prima di essere considerata nella sua dimensione storica, si dà come «movimento della vita intenzionale della coscienza». Un telos guida la temporalità immanente così come i singoli atti di coscienza; i diversi livelli in cui questa teleologia si manifesta, e la sua importanza per l'idea d'intersoggettività, costituiscono essenzialmente l'ambito d'analisi dell'ultima parte del lavoro.

Con il quinto capitolo si mette in luce il rapporto che intercorre tra teleologia e passività (di particolare importanza sono qui i riferimenti ai manoscritti ancora inediti del gruppo E III). La sfera passiva intrattiene un rapporto di non-immediatezza con l’Io; il fungere passivo della coscienza, con le sue sintesi passive, oltre i raggi d’attenzione dell’ego, tende a “sfuggire” nella “anonimità”; tale passività non è però un flusso caotico di dati, bensì possiede una sua forma d'attività, un operare teleologico, diretto a un fine. In questo campo antepredicativo il “materiale” di cui si serve l’Io per la sua attività ha già trovato una prima strutturazione, «ha già una forma teleologica» (p.276). L’Io desto, attivo, opera costantemente in dialogo con le “forze anonime” che strutturano geneticamente il flusso di coscienza; il “soggetto” si dà, in questa dimensione, sfumato, immerso e totalmente assorbito nei propri processi passivi, in cui la soggettività non si è ancora propriamente determinata.

A queste analisi si aggiungono quelle concernenti la sfera pulsionale e degli istinti, atti pur sempre intenzionali, in modo tale tuttavia che «la struttura intenzionale resta nascosta» (p.296). È da qui che si apre l’interessante tematica dell’Ur-Kind, del “bambino originario”, una figura della soggettività immersa nella sfera pulsionale-istintuale che ha un rapporto di estrema vicinanza – tale da distinguersi appena - con il mondo, poiché istintivamente legato ad esso; appare infatti come un «soggetto che vive “prima” dell’oggettivazione delle cose e “prima” della polarizzazione di soggetto e oggetto» (p.294). Occorre osservare come questa “infanzia trascendentale” permanga altresì nel soggetto adulto, come parte di adesione pulsionale al proprio ambiente (Umwelt).

Nel capitolo finale la tematica teleologica si amplia estendendosi alla dimensione della socialità, al processo di socializzazione (Vergemeinschaftung) in quanto sviluppo guidato da un telos, che attraversa e si mantiene anche nel succedersi delle generazioni; tale socializzazione si dà propriamente nello “spazio primario” della storia. In tale contesto sono presentate tematiche importanti e complesse che hanno occupato Husserl in modo particolare nei manoscritti degli anni Trenta, come il problema dell’Ur-ich e soprattutto del mondo-della-vita (Lebenswelt). Proprio dall'analisi del mondo-della-vita emerge, come per la dimensione-coscienza, l’unione di genesi e telos: «la Lebenswelt è figura della totalità della genesi e della teleologia, un orizzonte vivente che costituisce l’atmosfera stessa in cui ogni socializzazione diviene possibile» (p.378).

L’appendice ripercorre la storia del Nachlass husserliano, seguita da una breve esposizione dei contenuti dei tre volumi della Husserliana dedicati all’intersoggettività.

Il volume di Alice Pugliese appare nel complesso di considerevole importanza, in quanto offre un’ampia panoramica ed un’analisi dettagliata dell’intersoggettività e dei temi ad essa legati attraverso un accurato esame dei testi, distesi lungo l’intero arco della riflessione husserliana. Emergono così in tutta la loro ricchezza e complessità le molteplici possibilità di descrizione e la profondità offerte dalla fenomenologia nell’analisi dell’esperienza intersoggettiva.

Marcello Fraccaroli