Percorsi della libertà PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Cuozzo   
Giovedì 10 Gennaio 2013 14:48

Claudio Ciancio, Percorsi della libertà, Mimesis, Milano-Udine 2012

Copertina Ciancio

In un frangente in cui la filosofia rischia di perdere peso e centralità nel dibattito sul senso della verità nel conflitto riaccesosi tra confessioni religiose, da un lato, e le varie forme di relativismo, dall’altro, Claudio Ciancio propone una riflessione a tutto campo sul valore di questa disciplina. Il punto di partenza è l’ambizione di conciliare metafisica e critica sociale, pensiero tradizionale e attenzione all’insorgere di nuove sfide che il pensiero filosofico deve saper cogliere: non in ultimo il nesso tra violenza e globalizzazione, così come l’alternativa drammatica tra un fondamentalismo cruento e un multiculturalismo senza nerbo. Se da un lato la verità filosofica è il centro a cui rimanere saldamente ancorati, dall’altro sono i problemi sollevati (e fraintesi) dal relativismo, dal fondamentalismo religioso, dalla ragione tecnica e dal riduzionismo scientista a stimolare un nuovo approfondimento di questa tradizione di pensiero. Il pensiero ermeneutico proposto dall’autore, inteso sulla scia di Pareyson e Riconda quale interpretazione dell’esperienza religiosa, viene verificato in tutti gli ambiti summenzionati, nella convinzione che «la filosofia […] nella sua comprensione della verità non solo è orientata in modo diverso a seconda delle esperienze che vengono privilegiate e del senso prevalente che quelle esperienze portano con sé, ma anche si declinerebbe secondo logiche diverse».


Vi sarebbero così più dimensioni logiche dell’argomentazione, sicché la ragione filosofica deve essere concepita in senso plurale, favorendo il principio del riconoscimento reciproco, dello sviluppo democratico del sapere e del dialogo interreligioso, nonché dell’imprescindibile dimensione etica che – se si ha di mira la verità – ogni incremento del sapere deve sempre comportare.


Tutto ciò vale ancor di più, sostiene l’autore, se si ci si rende conto che nel panorama filosofico e culturale odierno non è più tanto la ragione come tale ad essere imputata di violenza, quanto piuttosto ogni pretesa, sia essa razionale o fideistica, di affermare la verità: oggi «la difesa dalla violenza sembra dover essere fondata sulla difesa dalla verità. Cioè sulla sua relativizzazione». Detto altrimenti, per evitare una concezione ontica della verità, la sua riduzione a cosa tra le cose sempre disponibile per la ratio e il pensiero calcolante, si finisce per sostenere la sua dimensione relativistica, la sua dispersione nella molteplicità delle pratiche e degli orientamenti umani. Secondo questa prospettiva vi sarebbero molte verità, tanto che la filosofia non può davvero persuadere nessuno ad aderire a una dottrina, prospettiva o formulazione particolare di essa: tutte sono equipollenti, indifferenti l’una all’altra, più o meno come avviene con i prodotti seriali esibiti nei nostri supermarket. Ogni concezione oggettivante, così si dice, di fatto non farebbe che aumentare l’intolleranza e il fondamentalismo dottrinale: meglio, dunque, relativizzare ogni posizione culturale e filosofica, rinunciando ad ogni forma di argomentazione che non sia meramente descrittiva e oggettivante. Il relativismo, a conti fatti, svela però la sua vera natura: invece di essere garanzia di reciproca tolleranza e di apertura vicendevole, esso è il semplice controcanto del dogmatismo, e in quanto tale è il degno erede dei suoi difetti e dei rischi che esso comporta. Il relativismo, in quanto affrancamento da ogni norma prefissata, è l’altra faccia di una concezione reificante del vero, che non contempla la sua trascendenza, la sua inesauribilità e il suo vincolo costitutivo con la libertà – aspetti questi che soli potrebbero permettere il nesso paradossale tra unità del vero e pluralità delle sue formulazioni


Ben diversamente, quindi, l’inoggettivabilità della verità e delle norme morali significa che la loro efficacia è affidata all’interpretazione; ma dire questo, scrive Ciancio, non significa abbandonarle al relativismo: verità inoggettivabile, da un lato, e libera interpretazione, dall’altro, sono i due poli dialettici della forza morale che va attribuita alla «maestà della verità».


Una verità non oggettivabile, per Ciancio, non può che avere la forma del paradosso. E il paradosso ha il senso del tentativo ermeneutico di ricomposizione delle fratture storiche presenti nel mondo, ricomposizione che non è dato immaginare rimanendo ancorati alla tirannia dei fatti. Il paradosso, dunque, come inesauribilità, apertura di più prospettive sull’identico vero, insondabile e inesauribile; come suo affidarsi alla dimensione della libertà e della scelta, che può tanto accettare la verità quanto opporsi ad essa, senza alcuna garanzia di riuscita nel superare le scissioni e il confitto. La logica del paradosso richiede che entrambi i contrari siano irrinunciabili, senza avere la certezza che la loro sintesi sia sempre pensabile e realizzabile.


Sulla base della riflessione ermeneutica di Ciancio, non possiamo mai dire l’inoggettivabile come tale, ma solo la nostra esperienza di esso, o meglio il nostro esserne affetti, il nostro essere interpellati e sollecitati dalla verità. Soggetto e oggetto, a prescindere dalla loro astratta indipendenza – che è sempre puramente teorica – sono già in un rapporto costitutivo che per il soggetto prende forma di un’affezione esistenziale, affezione che ha le sue radici nella peculiare disposizione del soggetto conoscente in relazione a determinate scelte di valore.


Contro un ragione costruttiva, che determina da se stessa la verità, Ciancio propone quindi una ragione ermeneuticamente fondata, aperta cioè a quell’esperienza della verità in cui dimensione esistenziale (il rapporto personale e affettivo con la sfera del senso), criticità del pensiero e apertura a una verità che si offre da se stessa in «un nesso inscindibile di rivelazione e comprensione» si saldano indissolubilmente.


Una filosofia così intesa, scrive l’autore, può allora essere vista come il prolungamento critico delle istanze avanzate alla coscienza dall’esperienza religiosa cristiana. Allo stesso tempo, pensare fino in fondo l’esperienza religiosa porta la ragione filosofica all’estremo delle sue possibilità conoscitive – quasi fino al punto di non ritorno:là dove la ragione, volendo irrigidirsi nella sua pretesa autonomia, mette a rischio ogni contenuto di verità speculativo, e si libra nel vuoto in preda alle sue vuote astrazioni in aperto dissenso dalla rivelazione.


La filosofia, comunque venga intesa, deve riconoscere che vi sono questioni, come quelle morali e filosofiche, nelle quali è in gioco in senso della totalità. E questo senso non è un oggetto scientificamente trattabile, perché è «un orizzonte che abbraccia la stessa esistenza interrogante e precede la distinzione soggetto e oggetto e come tale non si può dire senza che ecceda il detto». Certo, si tratta di un altro tipo di verità, una verità che non può essere oggettivata e la cui eccedenza comporta che la sua comprensione sia inesauribile e dunque possa essere detta in molti modi, ciascuno dei quali dipende dall’approccio della singolare esistenza pensante.


Questo richiamo alla responsabilità etica del pensiero è l’esatto contrario di ciò che ci viene costantemente suggerito dall’attuale cultura consumistica, promossa dai media e dagli imbonitori (anche politici) di turno. Data la pluralità dei modelli culturali e il relativismo etico incalzante, sembra che le scelte che si possono attuare non siano né più né meno di quelle che ci vengono suggerite al supermercato, dove tutti i prodotti sono tendenzialmente uguali e perciò ci si presentano come indifferenti, e «l’unico criterio che può sopravvivere è quello quantitativo della convenienza». Oggi la filosofia, sul piano etico e metafisico, deve riproporre il tema scomodo e dirompente dell’alternativa e del carattere ultimativo della scelta, anche sul piano dell’esecuzione pratica della norma; la filosofia, più che mera obbedienza e semplice ascolto di un vero oggettivo, è posizione, chiarificazione e messa in opera di alternative irriducibili che permeano la realtà rendendola un tutto dinamico, sempre e di nuovo interpretabile, proseguibile in modo originale nelle scelte e nella prassi dell’uomo. La nostra esistenza non può così essere orientata né ad uno spontaneismo etico (il cui sbocco è la dottrina ingenua dell’“anima bella”, come adesione immediata al vero), né ad un universalismo astratto (che spesso prende la forma del totalitarismo, quale imposizione violenta e omologante del bene). Ogni verità etica deve essere messa in relazione ad uno sfondo irriducibile di possibilità, sfondo in cui si può dare anche il rifiuto, la sfida e l’errore. Ogni atto di assenso, d’altra parte, ha la forma di una ripresa originale e dell’interpretazione: un’assimilazione personalmente orientata del dovere di cui siamo sempre responsabili a livello tanto individuale quanto collettivo. E solo accettando questa sfida, capace di coinvolgere la persona nelle sue scelte più profonde, scrive Ciancio, che si può salvare la democrazia dalla odierna deriva relativistica e dall’indifferentismo etico.


L’esperienza principe, che è in grado di mettere in discussione la nostra assimilazione della realtà a paradigmi rassicuranti e identitari, è quella del male. Da un lato essa, con il suo volto enigmatico, ci pone di fronte all’indicibile e al senza nome (essa, scrive l’autore, è perdita della comunicazione e silenzio, «inibizione del pensiero» e «paralisi dell’azione»); dall’altro, il male rivela una dimensione misteriosa della realtà, che – indagata a fondo – ci sottrae alla tirannia del caso e dell’arbitrio. L’alterità della sofferenza, quale rottura della totalità, svela all’uomo una regione del senso in cui è di casa la libertà. Oggi questa esperienza prende il più delle volte l’aspetto dello straniero, sul cui volto dobbiamo riuscire a riflettere noi stessi, mettendo in discussione il nostro paradigma di certezze solipsistiche: non più l’altro, per essere accettato, deve assomigliare a me, bensì io stesso devo divenire altro a me stesso – moi-même comme un autre, si potrebbe dire con Ricoeur –, costruirmi come alterità per capire ciò che non rientra nelle mie aspettative rassicuranti. In etica, il principio di Empedocle «il simile si conosce solo con il simile» sembra non avere una indiscussa validità. Aprirsi all’Altro, d’altra parte, è il cuore dell’esperienza religiosa: e per predisporci all’incontro con l’Altro occorre ricordarci che «noi siamo stati stranieri in Egitto».

Gianluca Cuozzo