Recensioni
Percorsi della libertà PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Cuozzo   
Giovedì 10 Gennaio 2013 14:48

Claudio Ciancio, Percorsi della libertà, Mimesis, Milano-Udine 2012

Copertina Ciancio

In un frangente in cui la filosofia rischia di perdere peso e centralità nel dibattito sul senso della verità nel conflitto riaccesosi tra confessioni religiose, da un lato, e le varie forme di relativismo, dall’altro, Claudio Ciancio propone una riflessione a tutto campo sul valore di questa disciplina. Il punto di partenza è l’ambizione di conciliare metafisica e critica sociale, pensiero tradizionale e attenzione all’insorgere di nuove sfide che il pensiero filosofico deve saper cogliere: non in ultimo il nesso tra violenza e globalizzazione, così come l’alternativa drammatica tra un fondamentalismo cruento e un multiculturalismo senza nerbo. Se da un lato la verità filosofica è il centro a cui rimanere saldamente ancorati, dall’altro sono i problemi sollevati (e fraintesi) dal relativismo, dal fondamentalismo religioso, dalla ragione tecnica e dal riduzionismo scientista a stimolare un nuovo approfondimento di questa tradizione di pensiero. Il pensiero ermeneutico proposto dall’autore, inteso sulla scia di Pareyson e Riconda quale interpretazione dell’esperienza religiosa, viene verificato in tutti gli ambiti summenzionati, nella convinzione che «la filosofia […] nella sua comprensione della verità non solo è orientata in modo diverso a seconda delle esperienze che vengono privilegiate e del senso prevalente che quelle esperienze portano con sé, ma anche si declinerebbe secondo logiche diverse».

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Il determinismo. Storia di un'idea PDF Stampa E-mail
Scritto da Silvia Chiletti   
Martedì 16 Ottobre 2012 11:59

Mariangela Priarolo, Il determinismo. Storia di un’idea, Carocci, 2011

 

Il determinismo di Mariangela Priarolo è una passeggiata, così come l'autrice stessa presenta la propria opera al lettore che si accinge ad affrontare la storia complessa di un’idea tanto centrale per la filosofia occidentale. Se dunque il lettore passeggia, guidato dall’autrice, attraverso le epoche e gli autori che toccano i nodi dell’argomento, il percorso che il testo segue non è sempre liscio e privo di zone impervie. Punto di partenza è la domanda classica, quasi ossessionante, del pensiero filosofico: ciò che facciamo, ciò che esiste, è frutto di scelte – così come siamo portati a credere spontaneamente - o si tratta piuttosto di una conseguenza certa e necessaria all’interno di una catena causale, in cui il ruolo della libera scelta è inesistente? L’elenco delle possibili risposte attraverso cui il testo sviscera tale interrogativo è, non a caso, quanto mai imponente e variegato: la questione del determinismo attraversa la storia della filosofia occidentale e segna a più riprese il punto d’incontro, o di scontro, tra le diverse discipline e campi del sapere; essa si ripropone ogni volta come un’idea che l’autrice stessa presenta di primo acchito come “paralizzante”, un ostacolo ingombrante di fronte a cui la riflessione e la pratica umane sono costrette in un qualche modo ad arrestarsi e rivedere la propria posizione.

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Fifty years after H.-G. Gadamer’s Truth and Method PDF Stampa E-mail
Scritto da Angelamaria Nigro   
Lunedì 03 Settembre 2012 11:55

Riccardo Dottori (a cura di), Fifty years after H.-G. Gadamer’s Truth and Method, in «The Dialogue. Yearbook of Philosophical Hermeneutics» LIT, 2012

CopertinaA seguito di un convegno tenutosi in occasione del cinquantenario dalla pubblicazione di Verità e Metodo (1960) di H.-G. Gadamer, tale volume si presenta come l’insieme degli interventi che i vari interlocutori hanno esposto in questa sede in una serie di “dialoghi domanda-risposta” con il testo in oggetto, al fine di confutare o avvalorare le posizioni teorico-pratiche messe in luce dal filosofo ma, soprattutto, per provare la loro plausibile o effettiva valenza attuale.

Il libro è diviso in quattro sezioni. La prima, The hermeneutical turning point, raccoglie una serie di interventi che mirano a sottolineare la “trasformazione” di un’ermeneutica filosofica come teoria dell’interpretazione in una filosofia ermeneutica come filosofia pratica, in grado di individuare, nell’utilizzo che si fa del linguaggio, una svolta ontologica reale alla base di ogni comprensione dell’essere-nel-mondo dell’uomo. È il caso di Fred Dallmayr, che nel suo saggio Hermeneutics as a path to intercultural dialogue, alla luce dell’ontologia heideggeriana e della praxis aristotelica si propone di trasferire nel campo delle relazioni sociali ed interculturali questa rinnovata opinione dell’ermeneutica come esperienza di vita. Infatti, spiega Dallmayr parafrasando Gadamer, tale applicazione della pratica ermeneutica non è possibile tanto in una società dove vige un regime politico statico o assoluto, quanto laddove domina un potere arbitrario. È invece realizzabile solo all’interno di un clima politico costituzionale dove due opinioni diverse riescono a confrontarsi in un dialogo sano e possono creare un arricchimento reciproco, giungendo alla celebre “fusione degli orizzonti” tipica del circolo ermeneutico.

Continuando a trattare di ermeneutica da un punto di vista pratico, in “Verità e Metodo” e la rinascita della filosofia pratica, Enrico Berti da un lato mette in guardia il lettore dalla possibile banalizzazione di quest’ultima in “arte del vivere” o counseling filosofico praticato da pseudo-filosofi ciarlatani. Dall’altro lato insiste anch’egli, come Dallmayr, sulla riabilitazione della filosofia pratica avvenuta per merito di Gadamer dopo il ’68 e la crisi delle scienze sociali, sebbene non manchi di evidenziare quelle che inizialmente gli parvero gravi confusioni lessicali di fondo. Si tratta dell’identificazione nell’interpretazione di Aristotele della filosofia pratica – che ha come obiettivo la ricerca della felicità per mezzo delle virtù – con la phronesis – virtù dianoetica della ragione pratica –, salvo poi comprendere che si trattava di una mossa voluta da Gadamer stesso sulla scia di quanto apprese dallo studio dell’“ermeneutica della fatticità” e  dell’“analitica del Dasein” di Heidegger.

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Su: Alice Pugliese, Unicità e relazione PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Martedì 21 Giugno 2011 15:27

Alice Pugliese, UNICITÀ  E RELAZIONE. Intersoggettività, genesi e io puro in Husserl, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2010, pp. 468.

Dopo essersi affermata come una delle correnti di pensiero più influenti ed importanti della filosofia del Novecento, la fenomenologia non può certo essere considerata oggi un pensiero in dissolvimento; la profondità e complessità delle analisi del suo fondatore, Edmund Husserl, offrono infatti tuttora non solo l’opportunità di confrontarsi con le straordinarie riflessioni di questo filosofo, ma anche la necessità di proseguire questo pensiero estendendolo ad altri ambiti dell’esperienza.

Il fenomeno dell’intersoggettività, della relazione con altri, è attualmente uno dei temi di ricerca più stimolanti, non solo in campo filosofico o sociologico, ma anche in ambito scientifico grazie alla scoperta dei “neuroni specchio” ed il conseguente estendersi dell’interesse per il fenomeno dell’empatia nel campo delle neuroscienze e della cosiddetta neurofenomenologia; l’indagine fenomenologica offre infatti importanti strumenti ed osservazioni per avvicinarsi al problema pratico-gnoseologico dell’alterità e della corporeità. Non va allora dimenticato che proprio il tema dell’intersoggettività ha occupato intensamente Husserl per almeno tre decenni, gli ultimi, della sua vita. Solitamente punto centrale e fondamentale della tematica è considerato la Quinta meditazione cartesiana, dimenticando che questa condensa in non molte pagine una quantità enorme di indagini e problematiche, di cui possiamo avere una visione complessiva considerando l'intero Nachlass e, in particolare, i tre grandi volumi della Husserliana dal titolo Zur Phänomenologie der Intersubjektivität (Husserliana XIII, XIV, XV).

A questo materiale attinge il recente volume di Alice Pugliese, segnalatasi già con un precedente lavoro quale importante studiosa di Husserl, per analizzare e ricostruire il tema dell’intersoggettività nel fondatore della fenomenologia. Il volume si divide in due parti: la prima analizza testi compresi tra il 1905 ed i primi anni Venti, mentre la seconda copre il periodo che giunge agli anni Trenta, in cui si afferma un approccio genetico di ricerca.

Il primo capitolo prende in esame il concetto di individuazione, sulla base dei primi testi dedicati da Husserl all’esperienza dell’estraneo, che amplia peraltro l’indagine già presente nelle Lezioni sulla coscienza interna del tempo: affinché possa darsi il fenomeno dell’intersoggettività occorre che il flusso di vissuti non sia un caotico fluire privo d’unità, ma si sedimenti in un Io costante, individuato. Il fatto che un rapporto intersoggettivo possa darsi solo sulla base di ego individuati mostra anche il distanziarsi di Husserl dalle Ricerche logiche, in cui appare una “fenomenologia senza io”, priva di centralità egologica. Molto importante, sempre all’interno del primo capitolo, è l’analisi del concetto di doppia riduzione svolto nelle lezioni del 1910/11,  Grundprobleme der Phänomenologie: se possiamo inizialmente compiere la riduzione all’esperienza puramente immanente, “non-naturale”, possiamo allora operare una riduzione ulteriore di un singolo vissuto o di un oggetto intenzionale di questa stessa esperienza. Da qui emerge che ogni atto di presentificazione, come quello empatico o rimemorativo, ha in sé un “indice di soggettività”; attraverso la doppia riduzione possiamo attuare una riflessione non solo nel ricordo –osservando come un “altro io sempre mio” funga da “io-del-ricordo”, bensì anche una «riflessione interna ai vissuti di un altro io, come si danno nell’Einfühlung» (p.79). Tuttavia, a differenza che nel ricordo, nell’empatia l’Io-altro non può mai raggiungere la coincidenza col “mio-proprio”, e tale irriducibilità apre il campo intersoggettivo. Questa è un’acquisizione fondamentale, in quanto mostra come all’interno della coscienza un vissuto empatizzato e l’esperienza a cui questo appartiene propriamente non possono uguagliarsi: è necessario che si dia effettivamente un Io-fenomenologico-altro, quindi una pluralità di soggetti.

 

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Les écarts du cinéma PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Lunedì 30 Maggio 2011 17:28

Jacques Rancière, Les écarts du cinéma, Paris, La Fabrique éditions, 2011

Appena uscito nelle librerie francesi, il nuovo libro di Jacques Rancière è un'antologia di saggi e scritti presentati dal filosofo in occasione di premi, convegni e conferenze svoltesi negli ultimi dieci anni. I testi, selezionati e rielaborati per l'occasione dall'autore, costituiscono una sintetica ma esaustiva mappa delle riflessioni che Ranciére dedica al cinema da ormai molto tempo, in particolare al suo rapporto con la letteratura. Il libro affronta infatti la questione degli «scarti», ovvero delle «differenze» tra le due arti: per Ranciére la letteratura fornisce una serie di strumenti narrativi dai quali il cinema cerca continuamente di emanciparsi, da una parte riducendoli al servizio dell'industria dello spettacolo e dall'altra, al contrario, cercando di eccederli e superarli, per diventare spesso strumento di trasmissione politica. Sono molteplici gli esempi che a tal proposito vengono proposti: da una parte Alfred Hitchcock, che in Vertigo (1958) costruisce uno schema di operazioni tese a creare e poi a distruggere un'illusione e dall'altra Robert Bresson, che in Mouchette (1967) parte da un testo letterario per realizzare un film che testimonia la specificità del linguaggio cinematografico, passando per i film televisivi di Roberto Rossellini, in cui la narrazione filosofica si trasforma in narrazione esistenziale, oppure per alcune pellicole di Vincent Minelli o per De la nuée à la résistence (2006) di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet.

Le riflessioni sull'adattamento che Bresson fa del romanzo di Georges Bernanos sono tra le più acute del libro. Nel suo romanzo Bernanos fa ampio uso di quella che Rancière chiama «parola muta», quella parola che fa parlare ciò che è muto, che decifra i segni scritti sulle cose e che mette in discussione i due princìpi che ordinano la rappresentazione classica: il primato della narrazione e quello della codificazione delle espressioni. La chiave dell'adattamento Bresson pare trovarla in Cezanne e in Flaubert, in cui tutte le cose rappresentate hanno la medesima importanza, anche se – è questo il punto centrale del ragionamento di Rancière – il regista paradossalmente depotenzia gli effetti visivi del testo di Bernanos (i raccordi sbagliati tra un capitolo e l'altro sono concepiti per spezzare la narrazione, sono un certo tipo di «immagine-tempo», come direbbe Deleuze). E' proprio in rapporto a questo potere sospensivo dell'eccesso letterario che la forte frammentazione del montaggio bressoniano prende senso, per un principio di mera economia narrativa! Rancière cerca così di dimostrare che mentre la letteratura cerca di eccedere, la lingua del cinema – il montaggio – tende a depotenziare la visibilità delle immagini letterarie perché ogni dettaglio acquista senso solo in rapporto agli altri. La frammentazione non è dunque un principio antinarrativo, al contrario annulla tutti i tentativi con i quali la letteratura si è emancipata dalla logica rappresentativa. Così la lingua delle immagini è un intreccio complesso tra funzioni della rappresentazione visibile, espressione parlata e intreccio narrativo.

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