Recensioni


Fifty years after H.-G. Gadamer’s Truth and Method PDF Print E-mail
Written by Angelamaria Nigro   
Monday, 03 September 2012 11:55
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Riccardo Dottori (a cura di), Fifty years after H.-G. Gadamer’s Truth and Method, in «The Dialogue. Yearbook of Philosophical Hermeneutics» LIT, 2012

CopertinaA seguito di un convegno tenutosi in occasione del cinquantenario dalla pubblicazione di Verità e Metodo (1960) di H.-G. Gadamer, tale volume si presenta come l’insieme degli interventi che i vari interlocutori hanno esposto in questa sede in una serie di “dialoghi domanda-risposta” con il testo in oggetto, al fine di confutare o avvalorare le posizioni teorico-pratiche messe in luce dal filosofo ma, soprattutto, per provare la loro plausibile o effettiva valenza attuale.

Il libro è diviso in quattro sezioni. La prima, The hermeneutical turning point, raccoglie una serie di interventi che mirano a sottolineare la “trasformazione” di un’ermeneutica filosofica come teoria dell’interpretazione in una filosofia ermeneutica come filosofia pratica, in grado di individuare, nell’utilizzo che si fa del linguaggio, una svolta ontologica reale alla base di ogni comprensione dell’essere-nel-mondo dell’uomo. È il caso di Fred Dallmayr, che nel suo saggio Hermeneutics as a path to intercultural dialogue, alla luce dell’ontologia heideggeriana e della praxis aristotelica si propone di trasferire nel campo delle relazioni sociali ed interculturali questa rinnovata opinione dell’ermeneutica come esperienza di vita. Infatti, spiega Dallmayr parafrasando Gadamer, tale applicazione della pratica ermeneutica non è possibile tanto in una società dove vige un regime politico statico o assoluto, quanto laddove domina un potere arbitrario. È invece realizzabile solo all’interno di un clima politico costituzionale dove due opinioni diverse riescono a confrontarsi in un dialogo sano e possono creare un arricchimento reciproco, giungendo alla celebre “fusione degli orizzonti” tipica del circolo ermeneutico.

Continuando a trattare di ermeneutica da un punto di vista pratico, in “Verità e Metodo” e la rinascita della filosofia pratica, Enrico Berti da un lato mette in guardia il lettore dalla possibile banalizzazione di quest’ultima in “arte del vivere” o counseling filosofico praticato da pseudo-filosofi ciarlatani. Dall’altro lato insiste anch’egli, come Dallmayr, sulla riabilitazione della filosofia pratica avvenuta per merito di Gadamer dopo il ’68 e la crisi delle scienze sociali, sebbene non manchi di evidenziare quelle che inizialmente gli parvero gravi confusioni lessicali di fondo. Si tratta dell’identificazione nell’interpretazione di Aristotele della filosofia pratica – che ha come obiettivo la ricerca della felicità per mezzo delle virtù – con la phronesis – virtù dianoetica della ragione pratica –, salvo poi comprendere che si trattava di una mossa voluta da Gadamer stesso sulla scia di quanto apprese dallo studio dell’“ermeneutica della fatticità” e  dell’“analitica del Dasein” di Heidegger.

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Su: Alice Pugliese, Unicità e relazione PDF Print E-mail
Written by Administrator   
Tuesday, 21 June 2011 15:27
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Alice Pugliese, UNICITÀ  E RELAZIONE. Intersoggettività, genesi e io puro in Husserl, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2010, pp. 468.

Dopo essersi affermata come una delle correnti di pensiero più influenti ed importanti della filosofia del Novecento, la fenomenologia non può certo essere considerata oggi un pensiero in dissolvimento; la profondità e complessità delle analisi del suo fondatore, Edmund Husserl, offrono infatti tuttora non solo l’opportunità di confrontarsi con le straordinarie riflessioni di questo filosofo, ma anche la necessità di proseguire questo pensiero estendendolo ad altri ambiti dell’esperienza.

Il fenomeno dell’intersoggettività, della relazione con altri, è attualmente uno dei temi di ricerca più stimolanti, non solo in campo filosofico o sociologico, ma anche in ambito scientifico grazie alla scoperta dei “neuroni specchio” ed il conseguente estendersi dell’interesse per il fenomeno dell’empatia nel campo delle neuroscienze e della cosiddetta neurofenomenologia; l’indagine fenomenologica offre infatti importanti strumenti ed osservazioni per avvicinarsi al problema pratico-gnoseologico dell’alterità e della corporeità. Non va allora dimenticato che proprio il tema dell’intersoggettività ha occupato intensamente Husserl per almeno tre decenni, gli ultimi, della sua vita. Solitamente punto centrale e fondamentale della tematica è considerato la Quinta meditazione cartesiana, dimenticando che questa condensa in non molte pagine una quantità enorme di indagini e problematiche, di cui possiamo avere una visione complessiva considerando l'intero Nachlass e, in particolare, i tre grandi volumi della Husserliana dal titolo Zur Phänomenologie der Intersubjektivität (Husserliana XIII, XIV, XV).

A questo materiale attinge il recente volume di Alice Pugliese, segnalatasi già con un precedente lavoro quale importante studiosa di Husserl, per analizzare e ricostruire il tema dell’intersoggettività nel fondatore della fenomenologia. Il volume si divide in due parti: la prima analizza testi compresi tra il 1905 ed i primi anni Venti, mentre la seconda copre il periodo che giunge agli anni Trenta, in cui si afferma un approccio genetico di ricerca.

Il primo capitolo prende in esame il concetto di individuazione, sulla base dei primi testi dedicati da Husserl all’esperienza dell’estraneo, che amplia peraltro l’indagine già presente nelle Lezioni sulla coscienza interna del tempo: affinché possa darsi il fenomeno dell’intersoggettività occorre che il flusso di vissuti non sia un caotico fluire privo d’unità, ma si sedimenti in un Io costante, individuato. Il fatto che un rapporto intersoggettivo possa darsi solo sulla base di ego individuati mostra anche il distanziarsi di Husserl dalle Ricerche logiche, in cui appare una “fenomenologia senza io”, priva di centralità egologica. Molto importante, sempre all’interno del primo capitolo, è l’analisi del concetto di doppia riduzione svolto nelle lezioni del 1910/11,  Grundprobleme der Phänomenologie: se possiamo inizialmente compiere la riduzione all’esperienza puramente immanente, “non-naturale”, possiamo allora operare una riduzione ulteriore di un singolo vissuto o di un oggetto intenzionale di questa stessa esperienza. Da qui emerge che ogni atto di presentificazione, come quello empatico o rimemorativo, ha in sé un “indice di soggettività”; attraverso la doppia riduzione possiamo attuare una riflessione non solo nel ricordo –osservando come un “altro io sempre mio” funga da “io-del-ricordo”, bensì anche una «riflessione interna ai vissuti di un altro io, come si danno nell’Einfühlung» (p.79). Tuttavia, a differenza che nel ricordo, nell’empatia l’Io-altro non può mai raggiungere la coincidenza col “mio-proprio”, e tale irriducibilità apre il campo intersoggettivo. Questa è un’acquisizione fondamentale, in quanto mostra come all’interno della coscienza un vissuto empatizzato e l’esperienza a cui questo appartiene propriamente non possono uguagliarsi: è necessario che si dia effettivamente un Io-fenomenologico-altro, quindi una pluralità di soggetti.

 

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Les écarts du cinéma PDF Print E-mail
Written by Administrator   
Monday, 30 May 2011 17:28
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Jacques Rancière, Les écarts du cinéma, Paris, La Fabrique éditions, 2011

Appena uscito nelle librerie francesi, il nuovo libro di Jacques Rancière è un'antologia di saggi e scritti presentati dal filosofo in occasione di premi, convegni e conferenze svoltesi negli ultimi dieci anni. I testi, selezionati e rielaborati per l'occasione dall'autore, costituiscono una sintetica ma esaustiva mappa delle riflessioni che Ranciére dedica al cinema da ormai molto tempo, in particolare al suo rapporto con la letteratura. Il libro affronta infatti la questione degli «scarti», ovvero delle «differenze» tra le due arti: per Ranciére la letteratura fornisce una serie di strumenti narrativi dai quali il cinema cerca continuamente di emanciparsi, da una parte riducendoli al servizio dell'industria dello spettacolo e dall'altra, al contrario, cercando di eccederli e superarli, per diventare spesso strumento di trasmissione politica. Sono molteplici gli esempi che a tal proposito vengono proposti: da una parte Alfred Hitchcock, che in Vertigo (1958) costruisce uno schema di operazioni tese a creare e poi a distruggere un'illusione e dall'altra Robert Bresson, che in Mouchette (1967) parte da un testo letterario per realizzare un film che testimonia la specificità del linguaggio cinematografico, passando per i film televisivi di Roberto Rossellini, in cui la narrazione filosofica si trasforma in narrazione esistenziale, oppure per alcune pellicole di Vincent Minelli o per De la nuée à la résistence (2006) di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet.

Le riflessioni sull'adattamento che Bresson fa del romanzo di Georges Bernanos sono tra le più acute del libro. Nel suo romanzo Bernanos fa ampio uso di quella che Rancière chiama «parola muta», quella parola che fa parlare ciò che è muto, che decifra i segni scritti sulle cose e che mette in discussione i due princìpi che ordinano la rappresentazione classica: il primato della narrazione e quello della codificazione delle espressioni. La chiave dell'adattamento Bresson pare trovarla in Cezanne e in Flaubert, in cui tutte le cose rappresentate hanno la medesima importanza, anche se – è questo il punto centrale del ragionamento di Rancière – il regista paradossalmente depotenzia gli effetti visivi del testo di Bernanos (i raccordi sbagliati tra un capitolo e l'altro sono concepiti per spezzare la narrazione, sono un certo tipo di «immagine-tempo», come direbbe Deleuze). E' proprio in rapporto a questo potere sospensivo dell'eccesso letterario che la forte frammentazione del montaggio bressoniano prende senso, per un principio di mera economia narrativa! Rancière cerca così di dimostrare che mentre la letteratura cerca di eccedere, la lingua del cinema – il montaggio – tende a depotenziare la visibilità delle immagini letterarie perché ogni dettaglio acquista senso solo in rapporto agli altri. La frammentazione non è dunque un principio antinarrativo, al contrario annulla tutti i tentativi con i quali la letteratura si è emancipata dalla logica rappresentativa. Così la lingua delle immagini è un intreccio complesso tra funzioni della rappresentazione visibile, espressione parlata e intreccio narrativo.

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Breviario di politica PDF Print E-mail
Written by Adriano Fabris   
Thursday, 26 May 2011 13:40
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Pier Paolo Portinaro, Breviario di politica, Morcelliana, Brescia 2010

 

Pier Paolo Portinaro insegna Filosofia politica all’Università di Torino e divide la sua attività di ricerca tra l’Italia e la Germania. Ha al suo attivo numerosi volumi sia su autori importanti del dibattito etico-politico novecentesco – da Carl Schmitt a Günther Anders a Norberto Bobbio –, sia su questioni fondamentali del dibattito storico-politico contemporaneo. Mi riferisco soprattutto alle sue analisi sulla figura del “Terzo” (Franco Angeli, Milano 1986), alla sua Apologia del realismo politico (Marsilio, Venezia 1993; si veda anche il saggio pubblicato da Laterza nel 1999 sullo stesso argomento), alla sua riflessione sullo Stato (il Mulino 1999), alla sua ricognizione del Labirinto delle istituzioni della storia europea (il Mulino 2007). In tutti i suoi lavori Portinaro unisce grande competenza relativamente allo spessore storico delle questioni affrontate, ammirevole chiarezza nell’esposizione e nelle proposte interpretative, lucido realismo.

 Non fa eccezione il Breviario di politica, che fra l’altro ha ricevuto quest’anno (2011) il Premio filosofico Castiglioncello. Nell’accezione corrente, come ben si sa, “breviario” è un libro di preghiere, dal quale, in qualche modo, ci si attende consolazione. Ma non è questo ciò che propone il libro: anche se il tempo presente di consolazioni avrebbe certo bisogno. Il termine “breviario”, infatti, ha anche un altro significato: quello di sintesi, di “compendio”. Più precisamente, ciò che appunto dice del suo libro Portinaro è che il Breviario di politica è una “sinossi”. In che senso? Nel senso che esso non espone una visione del mondo, né fa da portabandiera all’ennesima ideologia – nulla vi sarebbe di più distante dalla personalità del nostro autore –, ma offre una guida per orientarsi nella scelta degli strumenti che consentono di capire e di gestire una corretta politica. Il tutto all’interno di una cassetta di attrezzi – per continuare con la metafora – che risulta oggi sempre più disordinata e confusa. Aiutare a comprendere il presente: non è poco.

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Il corpo digitale PDF Print E-mail
Written by Administrator   
Thursday, 26 May 2011 13:32
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Marturano, A. (ed.), Il Corpo digitale: natura, informazione, merce, G. Giappichelli Editore, 2010

 

 

Il libro è un'antologia (divisa in tre parti) che propone una riflessione multidisciplinare sulle molte questioni legate alla digitalizzazione del corpo umano; gli interventi sono firmati da studiosi diversi per formazione, area disciplinare e provenienza. La prima parte della raccolta, La trasformazione dei corpi in informazione si concentra sugli aspetti più teorici di questo recente fenomeno e sui problemi morali che esso comporta. Il primo saggio, Il concetto di informazione genetica di Antonio Marturano, indaga sul concetto d'informazione nell’ambito della biologia molecolare; esso mostra non solo come il modello «informazionale» sia stato uno «strumento operazionale» fondamentale nello sviluppo e la promozione della ricerca genetica, ma anche come tale modello sia stato ipostatizzato, provocando diversi problemi etici. Nel suo articolo Il cattivo, il brutto e il virtuale: l’etica nell’età del virtuale Mark Poster, uno studioso americano di media studies, si interroga sul modo in cui la riflessione etica entra nei new media; secondo Poster i media «de-terrirorializzano» la cultura, sconvolgendo le certezze morali, come ha fatto appunto il film Il buono, il brutto e il cattivo (1966) di Sergio Leone con il western movie. L’era virtuale è caratterizzata da una specie di vita culturale che è al di là del bene e del male e perciò internet sollecita un ripensamento radicale dell’etica e della politica; Poster propone la filosofia di Nietzsche come punto di partenza. Il terzo contributo, Biometria, identificazione e sorveglianza di David Lyon, si concentra sui problemi etici dell’uso della biometria: l’idea che essa, come strumento di identificazione e verifica dell’identità, possa offrire una soluzione ai problemi di sicurezza in ambito governativo è molto diffusa tra politici e accademici soprattutto dopo l’11/09. Il problema dell’identificazione biometrica risiede nel fatto che essa privilegia certi gruppi e svantaggia altri già vulnerabili ed emarginati. Inoltre nella biometria il corpo stesso diventa «informazioni», che si riferiscono a dati astratti e che escludono il «corpo auto attestante», ovvero quelle storie raccontate dalla persona il cui corpo è sotto esame.

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