G. J. Giubilato (Hg./Ed.), Lebendigkeit der Phänomenologie. Tradition und Erneuerung / Vitality of Phenomenology Tradition and Renewal, Verlag Traugott Bautz GmbH, Nordhausen 2018, pp. 294. PDF Print E-mail
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Thursday, 26 September 2019 11:43
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di Filippo Nobili

 

Com’è possibile evincere sin dal titolo del volume collettaneo curato da Giovanni Jan Giubilato, l’intenzione sottesa ai diciassette saggi ivi raccolti è quella di restituire uno spaccato della più recente indagine filosofica di stampo fenomenologico, così che il lettore possa saggiare con mano la vitalità che ancora contraddistingue un simile filone di ricerca. Il libro assomma contributi di studiosi più o meno affermati, di estrazione geografica varia ma con un’attenzione specifica per ricercatori latino-americani, brasiliani in particolare (14).

L’intento del volume si precisa nell’Introduzione (7-14), dove Giubilato s’intesta il compito non banale di rintracciare in seno al centro propulsore rappresentato dalla proposta husserliana quel gesto istitutivo che avrebbe consentito alla fenomenologia di farsi scuola e tradizione di pensiero, di mantenersi in vita e rinnovare il proprio ethos intellettuale sino ai giorni nostri. Un simile gesto Giubilato lo rinviene nell’andamento metodologico-operativo della fenomenologia (10-12). Come precisa Husserl stesso all’inizio (Ricerche logiche) e alla fine (Crisi delle scienze europee) della sua impresa fenomenologica, tale andamento assume la conformazione ricorsiva di un pensiero costretto a tornare pedissequamente su se stesso, in un continuo zig-zagare tra il piano dell’analisi concreta relativa al fenomeno di volta in volta in questione e quello panoramico della ricomprensione architettonica degli specifici dominî d’indagine. Il rigore scientifico della fenomenologia coincide allora con il costante reiterarsi dell’approfondimento critico in merito al rapporto vigente tra i due piani, entrambi suscettibili di riconfigurarsi a séguito di un cambiamento di prospettiva intercorso nell’altro.

 

 

Nulla più che un simile movimento autocritico sembra in grado di accordare alla fenomenologia un duplice vantaggio. Sotto il profilo teorico, essa scongiura tanto l’assolutizzazione dei propri risultati quanto il riduzionismo dei principî dell’analisi a quelli propri di un dominio ontologico particolare (12s.). Sotto il profilo storico il gesto fenomenologico si presta a garantire la possibilità di un terreno comune (τόπος) dal quale è lecito attendersi frutti financo eretici, ma pur sempre in esso radicati. La parabola della tradizione fenomenologica è allora tracciata unendo le successive prese di distanza rispetto alla Freiligung husserliana di questo retroterra, come altrettante variazioni controllate di un modello da cui esse non si emancipano se non al prezzo del venir meno del loro comune fondamento (7s.). Entrambi questi motivi esplicitano il carattere aperto del sistema fenomenologico, conferendo ad esso una plasticità tale da consentirgli di interagire produttivamente con particolari filoni della ricerca scientifica contemporanea (13).

Abbastanza curiosamente, stante l’accento posto sull’attualità della fenomenologia, il volume si apre con la traduzione inglese di un vecchio saggio di Guido Antônio de Almeida – Filosofia da linguagem e lógica – datato 1976 (15-57). L’iniziale contributo di de Almeida sembra farsi portavoce della recente ricezione latino-americana (brasiliana in particolare) della fenomenologia, legittimando ex ante la cospicua presenza nel volume di ricercatori geograficamente attigui. Scopo del saggio è una revisione della critica mossa a suo tempo alla teoria del significato di Husserl da parte di E. Tugendhat. De Almeida mostra efficacemente come tale critica risenta di alcuni equivoci interpretativi preliminari (es. il modo in cui Tugendhat concepisce la sintesi dell’atto intenzionale) ed elabora quindi un quadro di risposta alle accuse sollevate in grado di evitare non solo la Scilla di un approccio mentalista al problema del significato, ma anche la Cariddi di una spiegazione meramente referenzialista dello stesso (40). Infine, lungi dall’approdare a un’apologetica della teoria husserliana e in misura simpatetica a Tugendhat, de Almeida denuncia quelli che secondo lui sono i limiti della trattazione fenomenologica del linguaggio, alludendo a una sua possibile correzione improntata alla filosofia analitica di matrice wittgensteiniana (55-57).

Il volume prosegue con l’intervento di un insigne ed eclettico studioso della materia fenomenologica. Con My Way into Phenomenology (58-76), James Mensch propone al lettore un percorso a metà tra il teorico e l’autobiografico incentrato sui motivi che l’hanno accompagnato alla scoperta e all’approfondimento della fenomenologia. L’esigenza di venire a capo del problema dell’oggettività della conoscenza – questione cardine dell’interrogazione epistemologica husserliana (64) – e di ciò che oggigiorno è noto come hard problem of consciousness (60) ha spronato il giovane Mensch a intraprendere studi che a partire da un retroterra husserliano l’hanno condotto a elaborare autonomamente la nozione merleau-pontiana di intertwining (chiasme) per la risoluzione di questioni inerenti al rapporto tra spazio e tempo, all’intersoggettività, al problema mente-corpo (73-75).

Nel suo Der Sinn des Unscheinbaren (77-91), Annette Hilt rinviene la vitalità della fenomenologia nell’elaborazione speculativa della teoria husserliana della Lebenswelt così come protratta da E. Fink nel suo Weltdenken. Secondo l’A., tramite una duplice revisione del modello husserliano di soggettività e di datità originaria (79), Fink mette in luce la dialettica propria del cosmo quale fonte inapparente della significatività del reale. L’inapparente coinciderebbe infatti con quella potenzialità infinita che come un orizzonte costantemente ritraentesi configura il mondo al modo di uno spazio di gioco (Spielraum) virtualmente illimitato, in cui il soggetto umano rinviene simbolicamente il senso di ogni proprio agire.

Adriano Fabris sposta quindi il focus del volume sulla Heidegger’s Ambiguous Transformation of Husserl’s Phenomenology (92-103). Nel saggio l’A. ricostruisce il modo in cui, durante gli anni trascorsi a Marburgo, Heidegger sviluppa un’ermeneutica ontologica (93) – intesa come «vera scienza della relazionalità» (97) – sulla base di una progressiva presa di distanza da Husserl. Secondo Fabris l’allontanamento dal maestro non coincide per Heidegger con un rifiuto tout court della fenomenologia, la quale subisce invece una duplice e ambigua trasformazione: da un lato viene svuotata di ogni proprio contenuto tematico per assurgere allo statuto meramente operativo – limitato cioè al Wie dei fenomeni – di metodo dell’ontologia (101); dall’altro, in virtù del fatto che l’essere si presenta al modo di un fenomeno – secondo cioè un dinamismo specifico per cui si manifesta attraverso i modi d’essere degli enti – la fenomenologia vede estendersi il suo àmbito di applicazione da quest’ultimi alla totalità dell’essere stesso (102). L’ambiguità dell’operazione heideggeriana degli anni ’20 risiede allora nella tensione vigente tra la limitazione della fenomenologia a metodo dell’ontologia e la comprensione dell’essere come fenomeno passibile di una tematizzazione fenomenologica.

Nell’originale intervento Know Thyself. On Possibility of a Medial Phenomenology (104-117), Toru Tani tenta di sviluppare una teoria della medialità (mediality) a partire dalla decodifica husserliana dell’a priori universale della correlazione intenzionale. La funzione del medium – qui inteso come ciò che consente di esplicitare quanto di implicitamente contenuto in una determinata operazione costitutiva – è sfruttata dall’A. per spiegare l’espressività del linguaggio e del corpo vivo, il formarsi dell’identità personale. L’attenzione posta sulla medialità è ciò che secondo Toru Tani consentirebbe di riavvicinare un determinato filone del pensiero occidentale (non cartesiano) a quello orientale e giapponese in particolare, qui esemplificato dall’analisi di nozioni quali aidagara (relazione), utsushi (trasferimento/rispecchiamento) e awai (fra, stare in mezzo) (115-116).

La possibilità di un percorso terapeutico teso ad affrancare l’uomo occidentale dal predominio della volontà della tecnica, così da restituirgli un certo grado di serenità (Gelassenheit), è esplorata da Eder Soares Santos nel suo Science of Man in Heidegger: A Phenomenological Approach (118-134). Secondo l’A., nei Zollikoner Seminare di Heidegger sono rinvenibili i principi di una scienza trasformativa e non riduzionista dell’umano, per certi versi equiparabile ad aspetti del taoismo o del buddismo (122s.). Tale scienza dell’esperienza sarebbe infatti capace di tramutare l’uomo in un autentico Dasein emancipato dal linguaggio della tecnica e propenso a nuove possibilità d’azione e di pensiero. La teoria dei processi di maturazione di D. W. Winnicott, trattando dell’uomo in quanto uomo e non di una sua versione naturalizzata (126-133), esemplifica per Santos alcuni tratti della Daseinanalyse prospettata da Heidegger.

In Intermediate Phenomena (135-147), Róbson Ramos dos Reis indaga all’interno della produzione hedeggeriana la valenza euristica dei cosiddetti Zwischenphänomen. L’A. rinviene nella nozione di decesso (Ableben) un esempio eclatante di fenomeno intermedio, posto cioè in un rapporto di co-determinazione tra il piano ontologico-esistenziale del morire (Sterben) e quello ontico-biologico del perire (Verenden). Secondo dos Reis, l’espansione dell’applicabilità del concetto di fenomeno intermedio (143s.) consentirebbe un’efficace delucidazione della fatticità esistenziale del Dasein, della sua corporeità e delle sue modalità esistenziali, preludendo a una lettura e a un’elaborazione programmatica dell’ermeneutica heideggeriana all’interno del quadro offerto da un ontologia plurale (145s.).

Sul ruolo svolto dalla nozione di forza (Kraft) o energia (Energie) in relazione a una realtà concepita come stratificata in differenti livelli ontologici si concentra César Lambert nel suo Der Begriff »Kraft« als Stichwort der philosophischen Antropologien von Max Scheler und Edith Stein (148-159). Se Scheler formula la tesi di una sublimazione (Sublimierung) della forza che a partire dall’inorganico si eleva e ripercuote sotto forma di impulso (Drang) sino alla spiritualità umana (149-151); Stein, da parte sua, sviluppa l’idea di un esercizio quantico della forza (156) nel suo duplice versante corporeo e spirituale. La diversa trattazione della nozione di Kraft conduce in entrambi gli autori a una particolare concezione della divinità – tensione per Scheler, emanazione per Stein – quale culmine della grande catena dell’essere.

Javier San Martín, col suo Husserls Phänomenologie gegen den Anthropologismus und als philosophische Anthropologie (160-178), si propone di chiarire l’ambivalente rapporto manifestato dalla fenomenologia husserliana nei confronti della disciplina antropologica. L’A. ha il merito di distinguere tra due posizioni sostenute da Husserl nel corso degli anni: una esplicita – consistente nel rifiuto di ogni forma di relativismo psicologista sotto cui ricadrebbe la ricerca antropologica empirica – e una implicita – capace cioè di rivalutare l’antropologia filosofica sviluppatasi in Germania nel corso degli anni ’20 e caratterizzata da una peculiare forma di parallelismo e affinità nei confronti della fenomenologia, nonché da una intrinseca disposizione ad essere convertita in disciplina trascendentale (174-176). Questa seconda posizione sarebbe stata favorita da un riassestamento architettonico del modo di concepire la soggettività (165-170) intercorso nella produzione di Husserl con la redazione del secondo libro delle Idee.

Alla ripresa della nozione husserliana di mondo della vita da parte di Gadamer è quindi consacrato il saggio di Cecilia Monteagudo Die Aktualität des phänomenologischen Begriffs der Lebenswelt in Gadamers Hermeneutik (179-193). L’A. illustra come la messa in rilievo da parte di Husserl dell’intenzionalità d’orizzonte – nella sua triplice declinazione: orizzonte di forme vita pratica, di bacino di evidenza intersoggettiva, di produzione e sedimentazione del senso – influenzi la decodifica gadameriana del movimento circolare della comprensione ermeneutica (185s.). Proprio su questa base Gadamer erige la propria concezione del linguaggio come discorso in aperta opposizione all’impiego fattone in àmbito tecnico-scientifico (189). Secondo Monteagudo, la prospettiva gadameriana suscita l’affermazione di una razionalità dialogica pluralista e alternativa tanto all’ingenuità dell’ermeneutica tradizionale che alla scepsi postmoderna (191).

In Phenomenology and Deconstruction: Notes for a Thinking on Limitrophy (194-209), Alice Serra ripercorre il modo in cui Derrida elabora le pratiche e i quasi-concetti fondamentali della decostruzione a partire dal suo confronto critico con Husserl. Da qui l’A. approfondisce la pratica decostruttiva al modo di una limitrofia (limitrophie) – accezione scaturita da testi dell’ultimo Derrida (Le passage des frontières; L’animal que donc je suis) – ossia di un pensiero che enfatizzi l’esigenza di un superamento di limiti e confini, ponendosi in controtendenza rispetto alla propensione logocentrica a istituirne (204s.). Alla luce di un pensiero concepito come movimento di attraversamento e interpenetrazione tra regioni e contesti di confine, il rapporto stesso tra fenomenologia e decostruzione può allora essere reinterpretato come limitrofo (207).

Intentionality and its Objects: Tim Crane’s Philosophical Project and Phenomenology (210-221) è intitolato il saggio con cui Luis Niel presenta al lettore la peculiare forma di psicologismo – da non confondersi con lo psicologismo logico del XIX secolo – recentemente proposta dal filosofo britannico. In relazione alla tradizione analitica cui appartiene, fa specie il rilancio da parte di Crane di una nozione di intenzionalità capace di sottrarsi alla sua riduzione tout court ad atteggiamento proposizionale (218s.). Crane sembra piuttosto avvicinarsi ad alcune tesi fenomenologiche quando cerca di risolvere il problema ontologico degli oggetti non esistenti facendo leva sulla proprietà ad essi congenita di dipendere dalla loro (rap)presentazione intenzionale (219s.).

Alla basilare funzione della gestualità nell’economia della concezione merleau-pontiana del linguaggio è dedicato il contributo di Gustavo Gómez Pérez The Paradigm of Gesture: Merleau-Ponty’s Understanding of Language (222-234). L’A. ha buon gioco nel dissodare la dinamica intrinsecamente diacritica del linguaggio, rintracciandone il fondamento costitutivo in una vera e propria “grammatica gestuale” radicata nella plasticità del corpo vivo (225-227). Al livello operativo del Leib è infatti rinvenibile ciò che Merleau-Ponty descrive al modo di una “logica sotterranea”, una legalità coestensiva al milieu sensibile generale della chair du monde (230) da cui dipenderebbe l’istituzione originaria della benché minima espressione comunicativa (228).

Phenomenology as an Exercise of “Bodenlosigkeit” (235-245) è il saggio con cui Rachel Cecília de Oliveira introduce la figura eccentrica di Vilém Flusser, vero e proprio outsider della corrente fenomenologica (235), intento a rivisitare quest’ultima mediante una sorta di rimodernamento post-strutturalista (239). Secondo Flusser, la fenomenologia consisterebbe in una pratica di catarsi meditativa finalizzata al raggiungimento di una vertigine ontologica innescata dalla condizione di Bodenlosigkeit (238s.). Soltanto tramite l’esperienza sistematica di una simile assenza di fondamento, il fenomenologo può arrivare a comprendere la verità del reale al modo di una produzione e conseguente decodifica simbolica (inter)soggettiva dal valore de-sostanzializzante (relazionale) e de-alienizzante (242s.). La portata dissacrante della reinterpretazione flusseriana della fenomenologia si espleta nel suo antiaccademismo e nella ricerca sperimentale della finzione filosofica come superamento della forma espressiva del trattato (243).

Dai Takeuchi esplora invece la teoria dell’origine meontica del mondo in Fink, intesa come tentativo radicale di rielaborare la questione heideggeriana sul senso dell’essere in una cornice quanto più prossima alla fenomenologia husserliana (247, 251). Nel suo Phenomenological Metaphysics of the World: Eugen Fink’s Meontic (246-259), l’A. indaga dapprima le matrici metafisiche della nozione di meontico, rintracciabili nel neoplatonismo, nella teologia negativa e nell’idealismo tedesco; quindi, rileva come Fink abbia elaborato la sua concezione dell’origine assoluta a partire da una riflessione in merito alla temporalità fenomenologica (251ss.). È in particolare la nozione derivata da Heidegger di oscillazione temporale (Zeitschwingung) a caratterizzare il mondo come un duplice processo di produzione e concessione di durata (254s.), come un gioco (Spiel) senza fondo latore di ogni possibile modalizzazione d’essere (255ss.).

In Beyond Arendt’s “State of Nature”: Towards a Normalized Phenomenological Approach to Human Rights (260-275), Panos Theodorou mostra l’insufficienza – sotto il profilo genetico – della trattazione arendtiana dei diritti umani. Arendt non sarebbe stata in grado di ricostruire quei nessi generativi atti a spiegare l’istituzione dei diritti civili e sociali a partire da una condizione umana pre-politica. In particolare, sarebbe il modo in cui Arendt reinterpreta l’idea del contrattualismo moderno di stato di natura in funzione delle nozioni di pluralità e natalità – ovvero come uno stato meramente selvaggio equiparabile a un assembramento di meri organismi animali – a rendere vano ogni sforzo di rinvenire in esso le condizioni preliminari per lo sviluppo di una socialità di più alto livello.

Il volume si chiude ospitando il contributo innovativo di Hans Rainer Sepp su Phänomenologie als Oikologie (276-294). La fenomenologia novecentesca – stando almeno alle sue idee fondamentali: la correlazione husserliana, l’essere-nel-mondo di Heidegger, il chiasma di Merleau-Ponty, ecc. – è intesa dall’A. come forma germinale dell’oikologia (dal greco oikos, famiglia, casa) (294). L’oikologia è concepita da Sepp quale impresa genealogica mirata allo studio del processo di radicamento (Verwurzelung) o ancoramento (Verankerung) del soggetto umano nel mondo (282). Un simile studio si propone di ricostruire la distanza vigente tra due fondamentali forme di in-essere (Insein), quella pertinente all’incarnazione corporea (sia leiblich che körperlich) dell’individuo umano e quella relativa al suo inserimento in un certo contesto sociale (283). L’A. ravvisa nella nozione di luogo (Ort) e più specificamente di casa (Haus) – da intendersi in senso lato, quale cifra stilistica di ogni forma possibile di insediamento e abitazione dell’ambiente circostante – il missing link capace di rendere intelligibile il processo culturalmente differenziato di socializzazione (Sozialisierung).

In generale e alla luce della rassegna appena compiuta, si rileva come il volume curato da Giubilato dia espressione a numerosi filoni di ricerca in grado d’intercettare un interesse più o meno spiccato, a seconda dei casi, da parte del lettore. L’ambizione del volume di mostrare la vitalità ancora attuale della ricerca fenomenologica sul piano internazionale (latino-americano in particolare) trova riscontro nel modo in cui i singoli autori attingono profittevolmente dai padri spirituali di tale tradizione di pensiero (Husserl, Heidegger, Merleau-Ponty, Fink). La fenomenologia si è dunque fatta tradizione, senz’altro. D’altro canto, la pretesa del curatore del volume di concepirla al modo di una scuola (σχολή) sembra più difficile da suffragare, stante l’eterogeneità dei contributi proposti. A ben vedere, la fenomenologia risulta innervata da più scuole di pensiero, da altrettanti indirizzi di ricerca che si snodano secondo direzioni e scopi non del tutto sovrapponibili né riconducibili a un paradigma unitario. Almeno questa ci pare la situazione attuale così come rispecchiata dal volume. Non è detto però che lo stato dell’arte non possa un giorno evolvere, che una tradizione possa cioè farsi scuola mediante una sintesi rinnovata delle varie anime che la compongono. Perché del resto una simile eventualità non vada persa, tentativi come quello del presente volume collettaneo di rinvigorire la fenomenologia si mostrano oggi tanto più necessari.

 

 

Filippo Nobili