Recensioni
Maestri perché testimoni. Pensare il futuro con John Henry Newman e Edith Stein. Atti del Convegno Internazionale, Istituto Universitario Salesiano – Venezia, 19-20 gennaio 2017, a cura di Patrizia MANGANARO e Michele MARCHETTO, Roma PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni ETS   
Giovedì 31 Maggio 2018 17:06

Recensione del volume Maestri perché testimoni. Pensare il futuro con John Henry Newman e Edith Stein. Atti del Convegno Internazionale, Istituto Universitario Salesiano – Venezia, 19-20 gennaio 2017, a cura di Patrizia Manganaro e Michele Marchetto, Roma: LAS – Lateran University Press, 2017, pp. 393

 

di Giovanni Catapano

Pubblicato a meno di un anno di distanza dal Convegno di cui raccoglie gli Atti, il volume curato da Patrizia Manganaro (Pontificia Università Lateranense) e Michele Marchetto (Istituto Universitario Salesiano di Venezia) si presenta come il primo, in Italia, «dedicato al pensiero di John Henry Newman e Edith Stein – e, soprattutto, alle ragioni storiche e teoriche che fondano la possibilità di un loro confronto» (p. 5). Sul piano storico, un elemento oggettivo che giustifichi l’accostamento tra i due pensatori esiste, ed è costituito dalle traduzioni in lingua tedesca di alcune opere di Newman compiute dalla Stein negli anni Venti del Novecento dietro consiglio di Erich Przywara. Di esse si occupa il primo saggio del volume, firmato da Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz (La recezione di John Henry Newman nella Germania degli anni ’20. Edith Stein e Erich Przywara, pp. 67-82). Ma è specialmente sul piano teorico che i contributi pubblicati nel volume consentono di cogliere i nessi tra Newman e Stein. I due, come scrivono limpidamente i curatori nell’Introduzione, «hanno condiviso l’idea di essere umano e la pratica dell’umano come relazione personalistica all’essere» (p. 8). Il loro personalismo antropologico non soggettivistico li rende non solo idealmente vicini, ma anche punti di riferimento particolarmente interessanti per lo sviluppo di un discorso pedagogico capace di includere il livello più alto della formazione intellettuale della persona, quello universitario in cui entrambi hanno operato per una parte significativa della loro esistenza

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Freiheit und Reduktion. Grundzüge einer phänomenologischen Meontik bei Eugen Fink (1927-1947) PDF Stampa E-mail
Scritto da Annamaria Lossi   
Venerdì 02 Marzo 2018 10:35

Giovanni Jan Giubilato, Freiheit und Reduktion. Grundzüge einer phänomenologischen Meontik bei Eugen Fink (1927-1947), Traugott Bautz, Nordhausen 2017, pp. 262.

di Annamaria Lossi

Copertina GiubilatoOne of the most controversial questions of the history of philosophy is that of freedom. If freedom is strictly connected to ethical questions more than to transcendental reasoning, the author of this book, Giovanni Jan Giubilato, faces this topic in the contest of the phenomenological discussion. It is very interesting how his approach considers from Husserl on the very complex development of phenomenology, regarding Eugen Fink’s interaction with his master but also with Heidegger’s ontology, always trying to outline Eugen Fink’s specificity.

Giubilato’s insight in the phenomenological method makes clear the fundamental role of freedom for the transcendental philosophy in its all. As a matter of fact Husserl thinks the “rational self-determination” and the “Autonomie der Vernunft” (p. 15) as results of freedom. Freedom makes possible the phenomenological reduction process which passes from the natural to the transcendental position.

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La religione dopo la critica alla religione. Un dibattito filosofico PDF Stampa E-mail
Scritto da Silvia Dadà   
Mercoledì 10 Gennaio 2018 15:49

H. Nagl-Docekal, W. Kalterbacher, C. Melica (a cura di), La religione dopo la critica alla religione. Un dibattito filosofico, La scuola di Pitagora editrice, Napoli 2017, pp. 275.

di Silvia Dadà

CopertinaCi sono due momenti che hanno profondamente messo in discussione il ruolo della religione nella vita dell’uomo e nel pensiero in generale. Uno è quello che si svolse in età moderna con l’Illuminismo, l’altro è quello tenutosi a cavallo tra Ottocento e Novecento da quei pensatori che furono chiamati, con la felice espressione di Paul Ricoeur, i “maestri del sospetto” (Nietzsche, Marx e Freud). A questa critica s’intreccia l’elaborazione della categoria di secolarizzazione, che, nel medesimo periodo, a partire dalla Rivoluzione Francese, sembrava descrivere adeguatamente quel fenomeno di perdita di importanza della religione in ambito individuale e collettivo, socio-culturale e politico. Di fronte a questi colpi sferrati alla religione, che hanno messo in discussione la sua veridicità e la sua dignità in quanto oggetto di riflessione filosofica, essa, equiparata ormai alla volgare superstizione, sembrava doversi congedare dal pensiero filosofico, per lasciare il posto di primo piano ad altri orizzonti, quali quello della certezza scientifica. Così non è stato. All’alba del nuovo secolo, si è assistito infatti alla rinascita del ruolo svolto dalla religione in vari ambiti dell’esistenza, individuale e sociale, e la categoria di secolarizzazione ha così perso la sua forza interpretativa.

Siamo quindi debitori di una determinata critica alla religione, ma essa non ha portato all’esaurirsi dello spazio di pensiero della religione, ma all’apertura, oltre la critica, di nuovi orizzonti. Qual è, quindi, il luogo proprio della religione oggi? Questo volume raccoglie gli interventi del simposio tenutosi a Roma nel 2015, dal titolo Il dibattito filosofico sulla religione dopo la critica alla religione e organizzato dall’Istituto Storico Austriaco, in cui vari autori hanno provato a dare risposa a questa domanda. Essi hanno interrogato la tradizione per trovare una nuova possibile collocazione della religione nella vita individuale, collettiva e sociale dell’uomo.

Il tema è affrontato in termini piuttosto ampi, da numerose angolazioni, interrogando autori appartenenti a differenti epoche, tradizioni e discipline. Il quadro che ne scaturisce risulta a tratti un po’ dispersivo, ma è comunque vario e ricco di proposte.

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Identità, alterità, persona PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Catapano   
Lunedì 16 Ottobre 2017 11:31

Michele Marchetto, John Henry Newman. Identità, alterità, persona, Carocci editore, Roma 2016, pp. 103.

di Giovanni Catapano

Cover del libro John Henry Newman di Michele MarchettoLa prima caratteristica che il lettore percepisce di questo libro è senza dubbio la snellezza: 103 pagine in totale. Le ridotte dimensioni tuttavia non pregiudicano affatto la ricchezza dei contenuti, ma al contrario ne aumentano, per così dire, la densità concettuale. Il libro si legge in poche ore, ma è bene rileggerlo attentamente per coglierne, a ogni rilettura, i dettagli e le sfumature. Ogni aspetto del testo è sapientemente meditato, a cominciare dalla struttura. Se ci soffermiamo a osservare la lunghezza dei sette capitoli in cui si articola il discorso, infatti, ci accorgiamo che hanno la seguente lunghezza: nove pagine il primo e l’ultimo («Myself and my Creator», «Persona e Trascendenza»); dieci pagine il secondo e il terzo da un lato («Grammatica del riconoscimento: l’io come persona», «Persona e fenomenologia») e il penultimo e il terzultimo dall’altro («Persona ed ermeneutica», «La persona fra egotismo e sviluppo»); quattordici pagine il capitolo quarto, che è quello centrale, intitolato «Persona e relazione». Una così perfetta simmetria non può certo essere casuale, e contribuisce a convogliare l’attenzione del lettore sul nucleo tematico rappresentato dall’idea di persona come entità costitutivamente in relazione; una relazione che nel pensiero di John Henry Newman (1801-1890) si scopre essere indirizzata in una triplice direzione: verso se stessi, verso gli altri e verso Dio.

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Etica. Un’introduzione PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Alberti   
Venerdì 02 Settembre 2016 09:00

Otfried Höffe, Etica. Un’introduzione, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2016, pp. XII + 125.Ortfrie Hoffe Etica

di Giovanni Alberti

Il testo si presenta diviso in sette brevi capitoli. Benché l’impianto del libro sia dichiaratamente sistematico, e tutte le parti del testo rechino questa traccia, l’autore dedica il secondo capitolo alla discussione dei metodi d’indagine, mentre riserva l’ampio quarto capitolo alla presentazione dei modelli etici fondamentali. Höffe rifiuta difatti la canonica distinzione di etiche teleologiche ed etiche deontologiche (dove troverebbero sì spazio l’etica aristotelica e quella kantiana, ma rimarrebbero escluse l’etica utilitaristica e, soprattutto, la critica della morale a matrice nietzschiana, gli altri due modelli di cui si riferisce nel testo). D’altra parte, soggiunge, “neanche le etiche teleologiche stanno in piedi senza obblighi e divieti” (p. 46). Questa particolare interpretazione della morale ci dice sin da ora che, secondo l’autore, le etiche teleologiche non escludono, di per sé, quelle deontologiche, e che il suo avviso è che esse siano strutturalmente correlate.

La sua intenzione generale consiste pertanto nella formulazione un’etica completa. Essa viene esposta sin dalla introduzione, e mira a dimostrare che una vita buona è tanto arte del vivere quanto teoria dei doveri morali. Su questo costitutivo intreccio di etica delle virtù e etica del dovere si articola pertanto tutto il libro. Nella visione di Höffe, difatti, queste due visioni etiche non debbono essere considerate del tutto alternative (p. 52); inoltre, come egli afferma, il suo è da considerarsi un tentativo di conciliare, «pur dando la precedenza a Kant» (p. 71), l’etica aristotelica con l’etica kantiana. Diciamo ancora che il suo tentativo si articola in tre momenti qualificanti: la presentazione di una morale critica, l’elaborazione di un’etica in quanto filosofia pratica, infine la prossimità fra etica della virtù (Aristotele) ed etica del dovere (Kant).

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